Broken a Palazzo Strozzi: il potere del frammento nell’arte
A Firenze, oltre ottanta opere raccontano come corpi mutilati e sculture incompiute diventino arte autonoma: dall’antichità a Rodin, fino a Vezzoli e Danh Vo.
Per la prima volta il frammento artistico si prende la scena. La mostra Broken. Il potere del frammento, allestita a Palazzo Strozzi di Firenze fino al prossimo 24 gennaio, prova a fare ordine su un’intuizione che accompagna la storia dell’arte da secoli: il pezzo di marmo o di bronzo rimasto isolato è solo un’assenza, il simbolo di qualcosa che si è perso oppure può “funzionare” anche come un’opera autonoma? L’esposizione, curata da C.D. Dickerson III, Andrew Sears e Arturo Galansino e co-organizzata con la National Gallery di Washington, raccoglie oltre ottanta pezzi da istituzioni come il Louvre, il British Museum o il Metropolitan, provando a evitare la trappola del pittoresco puntando sul valore documentario e formale della mutilazione.
Il percorso parte dai volti e dai corpi per mostrare come la perdita delle parti accessori concentri l'attenzione sui tratti superstiti. È il caso dei resti del commovente monumento funebre a Margherita di Brabante scolpito da Giovanni Pisano all'inizio del Trecento, dove la rottura del marmo non danneggia l’espressività ma la misura. Lo stesso principio, pur con intenzioni del tutto differenti, governa reperti antichissimi come il frammento in calcare con le labbra di Akhenaton: è l’immagine-guida della mostra, eppure misura solo 8 centimetri. Complice il sorprendente allestimento orchestrato a Palazzo Strozzi: è tra i pezzi che non si dimenticano, in questa mostra densa di sorprese. Superata una sala infarcita di “teste mozze” di epoca greca, latina, etrusca in cui ogni taglio evidenzia un dettaglio, eccoci davanti a un “warrior nuragico” di Mont'e Prama, il sito sardo vicino a Cabras che ci restituisce eroi mutilati eppure potenti. È mutilato, eppure bellissimo, anche il cosiddetto “Torso di Livorno”: ripescato in mare davanti alla città toscana all’epoca dei Medici, è una statua di epoca greca erosa di flutti e mutilata che nessuno sentì il bisogno di riparare perché è già bella così.
Una parte consistente della mostra si occupa dei motivi storici della distruzione, dividendoli tra Iconoclastia, conflitti e dinamiche ambientali: tra le testimonianze di abbattimenti politici si trovano i frammenti bronzo dell'Agorà di Atene e il piede della statua equestre di Luigi XIV, scampato alle fonderie della Rivoluzione francese, ma la vera chicca è il nero busto di Benito Mussolini realizzato da Adolfo Wildt nel 1923, segnato dai proiettili sparati nel 1945. Questa statua, un tempo esposta alla Casa del fascio e poi trivellata, diventa un frammento di storia. I danni bellici sono documentati ance sui gessi di Antonio Canova colpiti dalle granate durante la Prima guerra mondiale a Possagno, mentre l’effetto degli elementi naturali sull’arte spicca nello straordinario Cristo ligneo in prestito dal Museo di San Marco: è emerso dopo la rovinosa alluvione dell’Arno, nel novembre di 60 anni fa, e ha le braccia consunte. È una rappresentazione potentissima della resilienza dell’arte.
La seconda metà dell'esposizione traccia il passaggio dal frammento subito a quello cercato come scelta formale: se nei disegni di Michelangelo il non finito apparteneva ancora al processo di lavoro, con Auguste Rodin la rinuncia alla testa o alle braccia diventa una regola di sintesi grafica e plastica, ben rappresentata dall’ “Uomo che cammina”. Come a dire: il non finito è meglio del finito, l’imperfetto merita più del perfetto. L'arte contemporanea eredita questa lezione per rileggerla in chiave critica. Francesco Vezzoli connette un volto romano di Marco Aurelio a un busto rinascimentale femminile (generando così un “frammento fluido”) mentre Robert Gober isola una gamba di cera per parlare di vulnerabilità, mentre Danh Vo e Paul Pfeiffer smontano rispettivamente rilievi antichi e statue devozionali, trasformando il frammento in un commento sulla dispersione della memoria. Vo, artistar vietnamita che ha subito sulla sua pelle il dramma dell’emigrazione forzata, imprigiona in una valigia di lusso frammenti di un cupido cinquecentesco, ragionando così sulla movimentazione coatta di cose e persone. Pfeifer, che da sempre indaga il nostro rapporto con le pop-star, ha chiesto ad artigiani encarnadores (sono quelli esperti in immagini sacre intagliate in legno, dall’aspetto particolarmente realistico) di rappresentare parti del corpo di Justin Bibier: la sala occupata da questi brandelli chiude la mostra e ci invita, chissà, a riflettere sulle reliquie della nostra cultura di massa.
Tutto il progetto espositivo, un percorso che merita tempo per leggere con attenzione tutti i riferimenti ben spiegati dai panelli in sala, è in qualche modo anticipato già nel cortile di Palazzo Strozzi con l’installazione Silent Studio (Reduced to 88%) di Mark Manders, in cui un frammento di proporzioni giganti ci interroga sul valore della misura di tutte le cose.
Immagine in copertina. Credit: Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio.
Milanese, giornalista professionista, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates.