Friedrich Andreoni: il suono come materia, tra scultura e memoria

Dalla voce di Claudia Cardinale alle installazioni sonore, la ricerca di Friedrich Andreoni intreccia spazio, percezione e memoria, trasformando il suono in materia scultorea.

20.10.26

Cresciuto tra l’Italia e la Penisola Arabica, Friedrich Andreoni (1995) è un artista visivo di base a Berlino, città in cui si è formato – presso la Weißensee Kunsthochschule – per poi trasferirsi a Chicago per conseguire un MFA presso il Dipartimento di Pratiche Sonore della School of the Art Institute of Chicago come borsista del DAAD e della Studienstiftung des deutschen Volkes. La sua pratica multidisciplinare si situa all’interno di una ricerca che mutua la propria dimensione dal suono, passando per la scultura e l’installazione, con una prassi disegnativa che, oltre ad essere progettuale, si manifesta come compiutamente integrata alla sperimentazione sullo spazio. 


A partire dall’estetica concettuale e post-concettuale mitteleuropea, Andreoni ha saputo conciliare una spinta duplice, paradossalmente antinomica e sorprendentemente ben sviscerata all’interno del suo lavoro; da un lato, la necessità di un linguaggio asciutto e conciso, in cui tecnologia e pràxis sono correlate e agiscono di concerto; dall’altro, il potenziamento dell’ambiguità semantica legata all’ordinario, attraverso la libera sperimentazione dei campi di forza tra tempo e spazio, integrati a un sentimento poetico diffuso, che scompagina la freddezza del medium, giocando ai rimandi con le coordinate mnestiche e psichiche attivate a livello subliminale e inconscio. Questa duplicità fondamentale è evidente in molti dei lavori di Andreoni. Nelle Arcate (2020), in Untitled (Space studies) del 2017, così come in and when I love I never admit (2025), l’arco ogivale e le barre in ferro sono materiali impiegati come misuratori dello spazio – fisico e psichico – e delle possibilità dello spazio nella relazione col vuoto, persino nella possibilità/impossibilità semantica della sua esistenza dentro il tempo. Si tratta di strutture primarie che rompendo il consuetudinario rapporto sia con il piedistallo che con la parete si manifestano per una loro speciale tensione evocativa.  

Friedrich Andreoni, Arcate, 2020 – Installation view Porto Museo Tricase, All rights reserved 1 Friedrich Andreoni, Arcate, 2020 – Installation view Porto Museo Tricase, All rights reserved 1

Da questa prospettiva, un aspetto centrale, chiamato a introdurre una temperatura emotiva all’interno dell’opera, è il suono, che nella ricerca di Andreoni assume non soltanto la funzione di dispositivo, ma anche quella di materia privilegiata: Klang als Bedeutungsträger, espressione tedesca che si traduce, letteralmente, con “il suono portatore di significato”. Nella filosofia del linguaggio il concetto di Klang als Bedeutungsträger rappresenta l'applicazione del valore semantico, fenomenologico o poietico della componente acustica e materiale della parola, un aspetto che d’altronde Andreoni ha avuto modo di approfondire anche durante il suo Master all’Accademia di Belle Arti di Dresda con l’artista scozzese Susan Philipsz - vincitrice nel 2010 del Turner Prize. Questa attenzione non episodica per il suono declinato come medium – per la correlazione tra suono e spazio, tra suono e architettura, con uno sguardo sempre vigile sulle specificità tecniche che il suono stesso possiede – è funzionale a veicolarne la componente semantica, psicologica e persino scultorea. Come spesso accade nei suoi lavori, Andreoni non cerca soltanto di ideare un paesaggio sonoro, piuttosto sonorizza lo spazio – per trasposizione, gli oggetti, la materia - dandogli una continuità rispetto all’esperienza percettiva di chi condividerà quel campo di frequenze, in senso più ampio e trasversale.

Tra le sue esperienze più recenti è stata certamente la 18esima Quadriennale di Roma ad averlo maggiormente attenzionato agli occhi degli addetti ai lavori in Italia. Selezionato da Francesco Bonami, Andreoni ha prodotto per l’occasione la scultura Un tout sans fin (2025), a partire dalla registrazione, nel 2024 a Nemours, della voce di Claudia Cardinale, all’epoca ottantaseienne, che intona la celebre canzone romanesca “Sinnò me moro”, scritta dal regista Pietro Germi con la collaborazione del maestro Carlo Rustichelli e cantata dalla figlia sedicenne di lui, in arte Alida Chelli. L’opera, vincitrice per l’anno 2026 del Talent Prize, si compone di una fonte battesimale ottagonale in travertino al cui interno uno speaker immerso nell’acqua rilascia il suono della voce della celebre attrice italiana scomparsa nel 2025. Al centro, un oggetto in bronzo appartenuto alla Cardinale mostra due figure longilinee che, tenendosi per mano, disegnano un arco, con i loro corpi sottili ricongiunti in un cerchio che idealmente espande lo spazio del catino, quasi lo irradia.  Nell’associazione di questi diversi referenti – la fonte battesimale, il suono della voce registrata, l’objet trouvé – Andreoni ripensa la scultura da una prospettiva totalmente rinnovata. Vi inserisce cioè una dimensione emotiva e sensibile (percettiva) che, così formalizzata, genera un cortocircuito con un materiale come il travertino, per eccellenza legato a Roma, alle sue concrezioni storiche, a una certa rimembranza che sembra, in sottotraccia, essere una chiave di lettura, in senso esteso, dell’intera pratica di questo artista. 

Friedrich Andreoni, Un tout sans fin, 2025, in Fantastica! 18a Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni Roma, Italy. Photo © Ludwig Winter
Friedrich Andreoni, Un tout sans fin, 2025, in Fantastica! 18a Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni Roma, Italy. Photo © Ludwig Winter
Friedrich Andreoni, Un tout sans fin, 2025, in Fantastica! 18a Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni Roma, Italy. Photo © Ludwig Winter

La psicogeografia e il détournement – prelevati dal Situazionismo – sono due categorie che nella pratica di Andreoni vengono riattualizzate e accomodate su due ambiti distinti ma interagenti. Da un lato, la deriva psicogeografica è impiegata, in senso più ampio, per strutturare la relazione primaria tra opera e spazio, tra opera e architettura, per connettere quell’estetica asciutta di cui sopra a un sentimento più diffusamente poetico, che con il romanticismo potremmo definire Sehnsucht – termine che nella sua intraducibilità rispetto alla lingua italiana rimanda a una bramosia desiderante, a ciò che trova spazio come desiderio in potenza, qualcosa che il lavoro di Andreoni materializza molto di frequente nelle sue opere. D’altro canto il détournement - il rovesciamento semantico – serve a spostare l’attenzione dall’oggetto all’evento, introducendo un’altra coordinata fondamentale della ricerca di questo artista, che ha a che fare con la fenomenologia come disciplina filosofica. 



Parallele Prozesse (2020) è un’installazione sonora composta da due eliche navali, il cui movimento, attivato da motori analogici, viene registrato e ritrasmesso attraverso due altoparlanti. I microfoni registrano lo spostamento della massa d’aria prodotto dal movimento delle eliche; così facendo, il suono dell’anti-materia viene reimmesso nello spazio, reintrodotto come ulteriore componente di senso. In un certo qual modo, suono e movimento sono funzionali a materializzare questa sovrapposizione di tempo (presente, passato) cosicché ad ogni rotazione, la fenditura dell’aria possa successivamente ricomporsi attraverso il ritmo dato dal suono. È una ricomposizione dell’invisibile, che guarda al fenomeno come a qualcosa non soltanto di contingente, ma anche e soprattutto come a qualcosa di costitutivamente legato al nostro essere-nel-mondo (Dasein). “L'aratro ferisce la terra, che si ricompone al suo passaggio. Allo stesso modo, una nave fende acque calme. Ma le acque tornano di nuovo calme e composte perché la natura è sovrana” scrive Umberto Galimberti in La natura inumana, in cui il filosofo rielabora i temi del primo stasimo dell'Antigone di Sofocle e del Prometeo incatenato di Eschilo. L'aratro e la nave sono i simboli dell'azione umana e della technè, con cui l'uomo cerca di modificare, dominare e piegare il mondo naturale ai propri scopi – con un atto di tracotanza che rivela, ben presto, la sua impermanenza rispetto all’ordine naturale delle cose del mondo.

Installation view Friedrich Andreoni, untitled (space studies), 2017 KHB Studio, Berlin, Germany 05 Installation view Friedrich Andreoni, untitled (space studies), 2017 KHB Studio, Berlin, Germany 05

In Parallele Prozesse è evidente il riferimento alla filosofia, in particolare alla fenomenologia - che nella filosofia di lingua tedesca del tardo Ottocento e del primo Novecento venne a designare un modo del tutto nuovo di rapportarsi al «fenomeno»; un interesse che Andreoni ha maturato non soltanto negli anni della formazione, ma anche attraverso una studio approfondito e costante che lo ha portato a indagare questo ambito fino a farlo diventare un’estensione concettuale della pratica, a partire dalla categoria di intenzionalità chiamata a rompere con tutta l’impostazione della filosofia moderna e con la separazione dualistica soggetto e oggetto, uomo e mondo. Attraverso la fenomenologia, Andreoni ci suggerisce di riscoprire quel rapporto di inerenza reciproca di io e mondo, per raggiungere la consapevolezza che ci muoviamo naturalmente all’interno del mondo e non ne siamo tragicamente separati. Forse sulla scia di questa suggestione opera anche uno dei lavori che di recente l’artista ha esposto al Salon am Moritzplatz, in occasione della Berlin Art Week, nell’ambito della mostra insieme a Pharaz Azimi, If There is Tension, a cura di Silvia Russo. I don't wanna meet the King (2026) è un’installazione composta da dieci pappagalli giocattolo hackerati, costretti a volare, individualmente, ciascuno sulla propria traiettoria, e all’infinito, accompagnati da un suono molto alto. Lo spostamento dei volatili genera una forma di caos tragicomico implicito nella loro doppia natura: di oggetto - il giocattolo - e di archetipo - la proiezione del desiderio esotico occidentale scisso dalla realtà fenomenica della natura stessa di questi volatili, détournati e hackerati. Nella dispercezione di questi uccelli – il pirata con il pappagallo sulla spalla, il pappagallo addomesticato - c’è la non consapevolezza dell’importanza dell’apprendimento e della vita sociale che in genere è tale da farli paragonare ai mammiferi. Lo stormo di I don't wanna meet the King parla di rifiuto dell’autorità, dell’innesco di uno stato di tensione in cui il risultato potenziale è quello della conflagrazione. Al contempo, la sua vena tragicomica guarda ad Agamben – non a caso, un altro autore particolarmente amato da Andreoni – a partire da quella “caparbia intenzione anti-tragica" che il filosofo ascrive al sentimento proprio del soggetto occidentale (e italiano in particolare) di trovare una forma di sopravvivenza alla propria frattura interiore preferendo l'esito vitale della commedia alla fine catastrofica della tragedia. 


Sulla scorta della lezione di Agamben, per Andreoni la memoria diventa un atto radicale di liberazione: restituisce al passato la sua contingenza, riaprendo ciò che sembrava definitivamente chiuso. Non si tratta di rievocare i fatti per cristallizzarli, ma di sottrarli all'immutabilità per riconsegnarli alla sfera del possibile. Il passato smette così di essere una condanna o un monumento; torna a essere un’incompiutezza che chiede, proprio oggi, di poter accadere di nuovo.



Immagine di copertina: Friedrich Andreoni photo Flavio Pescatori

Angelica Gatto è una storica dell'arte che opera nell'ambito della curatela, della gestione e della produzione di mostre ed eventi d'arte contemporanea. Conseguita la laurea in Storia dell'Arte presso l’Università di Roma “Sapienza”, con un focus su arte contemporanea e critica d'arte, nel 2016 è stata selezionata per CAMPO, il corso per curatori promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Ha poi proseguito gli studi con un Master in Studi e Politiche di Genere presso l'Università degli Studi “Roma Tre”, con una tesi dedicata agli stereotipi di genere nel linguaggio mediatico della televisione commerciale italiana tra gli anni '80 e i primi anni '90. La sua ricerca indaga l'intersezione tra politiche culturali e sottoculture.

Attualmente lavora come Assistant Curator presso la Fondazione Memmo di Roma e collabora con Untitled Association a progetti speciali legati alla comunicazione e all'art management. Regular contributor e assistente editoriale per ATPDiary, ha lavorato a mostre ed eventi per istituzioni pubbliche e private, tra cui Accademia di Belle Arti di Roma, Istituto Polacco di Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (Roma), Museo Civico Medievale di Bologna, Chiesa di San Giuseppe delle Scalze (Napoli), Latitude (Yerevan), Fondazione Pastificio Cerere (Roma), Galerie Rolando Anselmi (Roma) e Galerie Romero Paprocki (Parigi).

Tiene regolarmente conferenze e lezioni presso istituzioni pubbliche e spazi privati, promuovendo il dialogo sulle pratiche e la ricerca contemporanee. Di recente ha curato il catalogo DA A AD A. Artisti dall'Accademia di Belle Arti di Roma (Silvana Editoriale, 2025).

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