CHI DECIDE LA BIENNALE
È uno scherzo. Ma la conversazione è reale.
Una video call istituzionale. Dall’altra parte dello schermo una delle figure apicali della Commissione Europea. Il tema è la partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia. Si parla di posizioni, di possibili pressioni, di interventi sui finanziamenti, di chi può partecipare e di chi, invece, dovrebbe essere escluso.
Tutto appare perfettamente coerente con il livello della conversazione.
Se non fosse che l’interlocutore non è chi dice di essere.
Il video che sta circolando nelle ultime ore mostra una conversazione tra Henna Virkkunen, vicepresidente della Commissione Europea, e un interlocutore che si presenta come Petro Poroshenko, ex presidente dell’Ucraina. In realtà si tratta di un’operazione costruita da Vovan e Lexus, il duo russo noto per le videochiamate sotto falsa identità, già protagonista in passato di episodi simili che hanno coinvolto figure istituzionali europee, tra cui anche Giorgia Meloni nel 2023.
L’elemento dello scherzo è evidente. Ma non è questo il punto.
Perché, al di là della dinamica costruita, la conversazione che ne emerge è reale nei contenuti e nel tono. Ed è proprio questo a renderla rilevante.
Nel dialogo, il tema della Biennale viene affrontato in termini diretti. Non come semplice evento culturale, ma come spazio su cui è possibile intervenire. Si parla, in modo esplicito, della necessità di “fare pressione perché certe decisioni vengano riviste” e della possibilità di agire “anche attraverso i finanziamenti”.
In un altro passaggio, il tono si fa ancora più chiaro, lasciando intendere che la partecipazione non sia un dato neutro, ma qualcosa su cui “non possiamo permetterci di restare passivi”.
Non sono tanto le singole frasi a colpire, quanto la naturalezza con cui vengono pronunciate.
Quello che emerge non è lo scherzo.
È il livello della conversazione.
E quanto, in Europa, il tema del Padiglione russo alla Biennale sia ancora profondamente sensibile.
Al centro c’è la Biennale di Venezia, uno dei principali dispositivi culturali a livello internazionale, storicamente spazio di rappresentazione, confronto e apertura. Eppure, nel corso del dialogo, emerge con chiarezza come le decisioni legate alla partecipazione non si muovano esclusivamente su un piano culturale, ma siano attraversate da considerazioni politiche, da equilibri internazionali e da strumenti concreti di pressione, come la gestione dei finanziamenti.
Non si tratta di mettere in discussione il ruolo della Biennale, né di ridurre la complessità delle scelte che la riguardano. Si tratta piuttosto di riconoscere il contesto in cui queste scelte avvengono.
In questo senso, la questione non riguarda tanto il fatto che si tratti di uno scherzo, quanto il fatto che una conversazione di questo tipo risulti plausibile, coerente, perfettamente allineata con le dinamiche che regolano il sistema.
Ed è proprio questa plausibilità ad aprire una riflessione più ampia.
Quanto è autonoma oggi la cultura in Europa?
E fino a che punto la Biennale riuscirà a mantenere una piena autonomia decisionale, senza che siano altri a stabilire chi può partecipare e chi no?
Esiste ancora uno spazio reale per un’indipendenza culturale, al di là delle dinamiche politiche e geopolitiche?