LA BIENNALE È DIVENTATA TROPPO VELOCE PER ESSERE GUARDATA?
Una riflessione sulla preview di Venezia, tra arte, folla, telefoni e saturazione
Quest’anno, per la prima volta, ho partecipato alla preview di Biennale Arte con Cottura Creativa. Ed è stata un’esperienza molto diversa da quella che avevo sempre vissuto da semplice visitatore.
Da una parte c’era la bellezza incredibile di Venezia, dall’altra si aveva continuamente una sensazione di sovraccarico. Durante la preview si stimava fossero arrivate circa 4.000 persone tra giornalisti accreditati, artisti, curatori, collezionisti, creator, galleristi, professionisti e VIP. E questa cosa si percepiva ovunque.
Code infinite.
Persone che correvano da un opening all’altro.
Eventi sovrapposti.
Telefoni alzati ovunque.
Stories, reel, contenuti continui.
A un certo punto ho avuto la sensazione di avere una specie di mal di mare anche mentre ero fermo sulla terraferma. Giramenti di testa, disequilibrio, una sensazione molto strana, soprattutto per chi amava profondamente l’arte.
Dentro quella densità estrema si faceva fatica a entrare davvero in relazione con le opere. Non tanto perché mancassero opere interessanti, ma perché sembrava quasi che tutto quello che accadeva attorno fosse diventato troppo grande per lasciare spazio all’ascolto.
Più che vivere i padiglioni, si aveva la sensazione di muoversi continuamente dentro una gimcana di persone. Si cercavano varchi tra le folle, si provava a entrare, si attraversavano spazi saturi di presenza, di rumore, di immagini.
E lentamente le opere finivano quasi sullo sfondo.
Ed è forse stata questa la cosa che mi ha colpito di più. Si guardavano due contenuti sulla Biennale e improvvisamente l’algoritmo restituiva soltanto Biennale. Padiglioni, opening, persone, articoli, reel, stories, classifiche, contenuti continui. Un flusso infinito.
E si percepiva chiaramente come tutti, in qualche modo, fossero lì soprattutto per dimostrare di esserci. Per arrivare primi. Per pubblicare prima. Per sentirsi parte del flusso.
L’unico momento in cui ho avuto davvero la sensazione di rallentare è arrivato quasi per caso.
Camminando tra le calli di Venezia, completamente sommerse di persone, sono entrato in uno dei tanti padiglioni sparsi fuori dalla Biennale centrale, dentro la città. Era la mostra "The spirits of maritime crossing 2026".
Dentro c’era un’opera video che parlava del cambiamento climatico, del rapporto fragile tra esseri umani e territorio, del mare che lentamente si riprendeva ciò che avevamo creduto stabile.
E davanti a quell’opera il pensiero è andato immediatamente a Venezia. Alla città, alla folla, alla sensazione di saturazione che si respirava dentro questo enorme evento internazionale in cui tutti volevano essere presenti contemporaneamente.
Capivo perfettamente che il mondo dell’arte avesse bisogno di visibilità, attenzione mediatica, relazioni.
Ma uscendo dalla Biennale la domanda che mi è rimasta addosso era un’altra: ha davvero senso concentrare sempre più persone, tutte insieme, negli stessi posti, per pochi giorni?
Forse la vera sfida era capire come creare un rapporto più continuo, più umano e più reale tra le persone e l’arte durante tutto l’anno.
Perché la sensazione, a tratti, era che il rumore costruito attorno all’arte rischiasse lentamente di coprire proprio ciò che l’arte avrebbe dovuto riuscire a far sentire.