5 Padiglioni da non perdere ai Giardini di Biennale Arte

07.05.26

Questa mattina, a differenza del primo giorno di inaugurazione, il sole c’è. Il clima è quello sospeso delle giornate primaverili veneziane, mentre l’acqua della laguna continua a brillare.


Arrivando dalla stazione di Santa Lucia e dirigendomi verso i Giardini, incrocio i primi volti conosciuti: giornalisti, addetti ai lavori, facce che in occasioni come questa si trovano sempre. Ci si saluta con l’aria un po’ stanca di chi sta attraversando una settimana fittissima, tra inaugurazioni, preview, eventi, aperture e appuntamenti che si accavallano senza sosta. Sono solo le 10 del mattino e già si vedono i primi giornalisti lanciarsi sui buffet di qualche piccola galleria, tra caffè, tramezzini veneziani e conversazioni iniziate ancora prima di aver visto l’evento principale.


Ma la direzione, questa mattina, è chiara: i Giardini.


Gli stessi Giardini dove ieri si è consumata una delle contestazioni più discusse di questa edizione, con il blitz delle Pussy Riot davanti al Padiglione Russia. Una protesta nata in risposta a quella che, nelle ultime ore, è apparsa a molti come una vera e propria operazione di marketing : prima l’annuncio della chiusura del padiglione, poi la scoperta di un’apertura a sorpresa di soli tre giorni, tra open bar, presenze selezionate e un progetto sostenuto da figure dai legami familiari e politici quantomeno controversi. 


Da qui parte il nostro percorso.


Quello che faremo oggi è un viaggio all’interno dei Giardini della Biennale, tra i padiglioni nazionali più interessanti di questa edizione. E siccome orientarsi tra le proposte dei singoli Paesi può essere complesso — i progetti sono tanti, spesso molto articolati e non sempre immediati — questa volta non dovrete fare nessuna fatica.


Ci penserò io.


Ho selezionato cinque padiglioni da non perdere, scelti non solo per la qualità dell’allestimento, ma soprattutto per la forza dei progetti che portano. Cinque tappe immancabili per chi visita la Biennale e vuole capire davvero quali siano, quest’anno, le proposte capaci di lasciare un segno.

Padiglione Grecia, "Escape Room", progetto dell’artista e architetto Andreas Angelidakis

Partiamo da quello che può essere sicuramente un’ottima base di ingresso alle riflessioni di questa Biennale: il Padiglione della Grecia, con Escape Room, progetto dell’artista e architetto Andreas Angelidakis.


L’opera si presenta come un’installazione immersiva in cui la storia del Paese si intreccia con l’immagine di una caverna contemporanea, dichiaratamente legata al mito platonico della caverna. Tutto è costruito come una sorta di escape room: uno spazio da attraversare, decifrare, mettere in discussione. Una realtà chiusa, stratificata, che obbliga lo spettatore a interrogarsi su ciò che vede e, soprattutto, sulle strutture politiche e simboliche che continuano ad agire nel presente.


Il progetto apre così una riflessione molto attuale sui nazionalismi, sui fascismi e sulle forme autoritarie che sembrano avvicinarsi sempre di più al cuore della democrazia europea. Angelidakis, che è anche architetto, lavora infatti non solo sul contenuto dell’opera, ma anche sulla logica stessa dei padiglioni nazionali: dispositivi architettonici nati per veicolare ambizioni, narrazioni ufficiali e mitologie politiche dei governi che li hanno costruiti.


In questo senso, Escape Room entra in collisione con la storia stessa di queste strutture, spesso legate a immaginari fascisti, coloniali o nazionalisti. Il Padiglione della Grecia diventa così un luogo in cui il passato non viene semplicemente raccontato, ma riattivato criticamente.

Padiglione Giappone, "Grass Babies, Moon Babies" dell’artista Ei Arakawa-Nash

Non so se vi sia mai capitato — a me, prima di oggi, no — di entrare in un padiglione della Biennale e vedervi affidare un bambino. Non un bambino vero, ovviamente, ma un bambolotto del peso di cinque o sei chili, consegnato all’ingresso dell’esposizione e da portare con sé durante la visita.


Succede al Padiglione del Giappone, con il progetto Grass Babies, Moon Babies dell’artista Ei Arakawa-Nash: un lavoro che si muove tra esperienza performativa, video e scultura giocosa, costruendo un dispositivo solo in apparenza leggero.


Il progetto parte da una riflessione sulla natalità e dal calo demografico che attraversa molte società contemporanee, in particolare sul piano delle nascite. Da qui l’artista apre una serie di domande che riguardano non solo il futuro della popolazione, ma anche il modo in cui immaginiamo la genitorialità, la cura e la trasmissione tra generazioni.


Cosa significa essere genitori oggi? Cosa dovremmo trasmettere ai nostri figli? E che cosa implica, concretamente, prendersi cura di un corpo fragile, dipendente, presente?


Queste domande non restano astratte, perché il padiglione le traduce in un peso fisico. Il bambolotto che viene affidato al visitatore ha infatti il peso di un corpo infantile e costringe chi attraversa la mostra a fare esperienza diretta di quella responsabilità: lo si porta con sé, sulle spalle o tra le braccia, mentre il progetto si sviluppa intorno a temi come la nascita, l’adozione, la cura e il futuro delle relazioni familiari.


Il risultato è un padiglione che, attraverso un gesto semplice e quasi ludico, riesce ad attivare domande molto profonde. Si entra come visitatori e ci si ritrova, per qualche minuto, responsabili di qualcosa. O meglio, di qualcuno.

Padiglione Danimarca, "Things to Come" dell’artista Maya Malou Lyse

Altro progetto interessante, sempre legato a questa riflessione sul corpo, sulla riproduzione e sulle trasformazioni biologiche del presente, è quello della Danimarca, con Things to Come dell’artista Maya Malou Lyse.


Anche in questo caso il lavoro parte da una base scientifica. Il progetto prende infatti spunto da alcuni studi condotti da Cryos International, una delle più grandi banche di sperma e ovociti al mondo, secondo cui l’utilizzo di visori di realtà virtuale durante la raccolta del seme avrebbe prodotto un incremento nella quantità di sperma raccolto. Un dato che apre una questione estremamente interessante: le immagini esterne, e quindi ciò che guardiamo, possono produrre effetti biologici reali sul nostro corpo.


Da questa premessa nasce l’intero dispositivo del padiglione, che l’artista costruisce come un ambiente immersivo in cui scienza, finzione e pornografia convergono. Ma la pornografia a cui guarda Maya Malou Lyse non è quella più immediata o codificata nell’immaginario comune: è una pornografia più barocca, manierista, quasi coreografica, fatta di movimenti che ricordano una danza e che trasformano il desiderio in un’esperienza visiva complessa, ambigua e libera.


Lo spazio si articola così tra immagini, installazioni e contenitori criogenici utilizzati per il trasporto dello sperma, che diventano a loro volta dispositivi di visione. Il risultato è un progetto potente e disturbante, capace di interrogare il modo in cui tecnologia, desiderio, fertilità e immaginario visivo stanno ridefinendo il rapporto tra corpo e futuro.

Padiglione Svizzera, "The Unfinished Business of Living Together"

Altro padiglione molto interessante è quello della Svizzera, con The Unfinished Business of Living Together, un progetto che affronta una tematica molto forte e lo fa da un punto di partenza estremamente pop: la televisione.


La mostra prende infatti le mosse da due programmi televisivi, Telearena, andato in onda in Svizzera nel 1978 con una puntata dedicata all’omosessualità, e Agora, talk show francofono che nel 1984 mise in collegamento via satellite pubblici in studio in Svizzera, Francia e Canada. Due momenti in cui la televisione non si limitava a raccontare la società, ma contribuiva a definirne i confini: chi poteva essere visibile, chi veniva considerato parte dello spazio pubblico e chi, invece, veniva trattato come un problema da gestire.


La cosa interessante è che il padiglione non lavora solo sulla memoria di quelle trasmissioni, ma anche sulle conseguenze reali che ebbero sulle persone che vi parteciparono. Alcuni ospiti subirono ritorsioni, persero il lavoro, furono esposti pubblicamente in un contesto ancora profondamente ostile. Allo stesso tempo, quelle apparizioni contribuirono ad aprire nuove forme di visibilità e di rivendicazione, fino all’abolizione, nel giro di un anno, dei registri degli omosessuali tenuti dalle forze di polizia svizzere.


Il progetto tiene insieme materiali d’archivio, nuove opere e un’installazione multischermo che ribalta la logica del talk show. Non è più il presentatore a muoversi tra il pubblico per raccogliere opinioni, ma è il visitatore a doversi orientare tra immagini, suoni, tensioni ed esclusioni. In questo modo, il Padiglione Svizzero trasforma la televisione in uno spazio politico e mostra come la rappresentazione pubblica dei corpi e delle identità non sia mai neutra, ma possa produrre conseguenze concrete, intime e collettive.

Padiglione Austria, "Sea World Venice", progetto dell’artista Florentina Holzinger

Come ultimo, ma non certo per importanza, non si può non citare il Padiglione Austria, che ha suscitato fin da subito un grande interesse da parte del pubblico. Basta guardare la fila che si forma costantemente all’esterno per capire quanto il progetto sia diventato una delle tappe più discusse di questa edizione.


Il padiglione presenta Sea World Venice, progetto dell’artista Florentina Holzinger, in cui il corpo è al centro e diventa il principale strumento di indagine. Un corpo portato all’estremo, messo alla prova attraverso performance che dialogano con l’acqua e sembrano spingersi fino al limite della resistenza e della sopravvivenza umana.


Sicuramente molti avranno già visto circolare le immagini della performer che si arrampica su una campana e la fa risuonare attraverso il proprio corpo. È una delle scene più potenti e riconoscibili del progetto, capace di condensare bene la ricerca dell’artista: una pratica che intreccia canoni tradizionali, cultura pop e controcultura, muovendosi continuamente sul confine tra spettacolo, rituale e atto di sovversione.


Il risultato è un padiglione che colpisce, coinvolge e inevitabilmente divide. Resta però una domanda centrale: quanto questa ricerca arriva al pubblico per la sua forza concettuale e quanto, invece, per la sua spettacolarità? Forse è proprio in questa tensione, tra attrazione visiva e contenuto critico, che il Padiglione Austria trova la sua forza più evidente.

Alessio Vigni, nato nel 1994. Progetta, cura, scrive e si occupa di arte e cultura contemporanea.


Collabora con importanti musei, fiere d'arte, organizzazioni artistiche. Come curatore indipendente, lavora principalmente con artisti emergenti. Recentemente ha curato "Warm waters" (Roma, 2025), "SNITCH Vol.2" (Verona, 2024)e la mostra "Dialoghi empatici" (Milano, 2024). La sua pratica curatoriale indaga il rapporto tra il corpo umano e le relazioni sociali dell'uomo contemporaneo.


Scrive per diverse riviste specializzate ed è autore di cataloghi d'arte e podcast. Per Psicografici Editore è coautore di SNITCH. Dentro la trappola (Roma, 2023). Dal 2024 è membro dell'Advisory Board di (un)fair.

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