"MAINSTREAM DOWNSTREAM": QUEI CORPI NON ERANO CADAVERI

La storia e il significato di "Mainstream Downstream", la sfilata di Carol Christian Poell che nel 2003 trasformò il Naviglio Grande in una passerella.

23.07.26

MAINSTREAM DOWNSTREAM: LA SFILATA SUL NAVIGLIO GRANDE

È il pomeriggio del 25 giugno 2003. Siamo a Milano.

Fa molto caldo. L’umidità si percepisce sulla pelle e nell’aria. L’estate è appena iniziata e, lungo il Naviglio Grande, comincia ad apparire qualcosa di strano.


Un corpo galleggia sull’acqua. Si muove inerme, trascinando con sé le alghe e i piccoli detriti che scorrono sulla superficie del canale. Qualcuno si ferma sul bordo del Naviglio e lo osserva. Qualcuno grida. Altri, invece, non sembrano spaventati. Restano immobili, stupiti, ma sanno che cosa sta accadendo.


Dopo quel primo corpo ne appare un altro. Anche questo è inerme. È il corpo di un uomo, con le gambe divaricate e le braccia aperte, abbandonato alla corrente.


Poi ne arriva un altro. E un altro ancora.


Una processione di corpi immobili attraversa lentamente il Naviglio. Sono circa diciassette persone: diciassette corpi bagnati che scorrono davanti agli occhi increduli di chi si trova sulle rive. Alcuni sono arrivati lì per assistere a una sfilata di moda. Altri, invece, hanno già avvertito la polizia.


Quello a cui stanno assistendo è Mainstream Downstream, la presentazione della collezione Primavera/Estate 2004 di Carol Christian Poell.

CHI È CAROL CHRISTIAN POELL

Poell è uno stilista austriaco, nato nel 1966 in un contesto familiare già legato alla moda e alla lavorazione delle pelli. Dopo essersi formato, si trasferisce a Milano, dove studia fashion design e comincia a sviluppare il proprio lavoro.


Quella di cui stiamo parlando è una sfilata che forse molti non ricordano o di cui non hanno mai sentito parlare. Eppure, ancora oggi, continua a riapparire online, spesso accompagnata da interpretazioni molto diverse rispetto al suo significato originario.


Negli ultimi anni, per esempio, al progetto sono stati associati temi come l’inquinamento, la sovrapproduzione e l’occupazione della natura da parte del corpo umano. Sono letture possibili, soprattutto osservando oggi quelle immagini. Ma il punto di partenza di Poell era un altro.

IL VERO SIGNIFICATO DI MAINSTREAM DOWNSTREAM

Per comprenderlo bisogna cominciare dal titolo.


Mainstream Downstream contiene già tutta la contraddizione del progetto. La parola stream indica letteralmente un flusso, una corrente, un corso d’acqua. Mainstream, però, è anche ciò che appartiene alla corrente dominante: quello che è popolare, commerciale, condiviso e seguito dalla maggioranza.


A questa parola Poell affianca downstream, che significa procedere verso valle, lasciarsi trasportare nella direzione della corrente.


Il progetto lavora quindi su un doppio significato. Da una parte c’è la corrente reale del Naviglio, che trascina fisicamente i modelli. Dall’altra c’è la corrente della moda, delle tendenze e del mercato, capace di spingere tutti nella stessa direzione.


Il punto non è semplicemente negare l’esistenza delle tendenze. È provare a sottrarsi alla loro ripetizione automatica, trasformandole in qualcosa di personale. Chiedersi, in altre parole, che cosa accada alla moda quando tutti cominciano a seguire la stessa corrente.


Mainstream Downstream, Collezione Primavera/Estate 2004 di Carol Christian Poell. Mainstream Downstream, Collezione Primavera/Estate 2004 di Carol Christian Poell.

UNA SFILATA DI MODA SENZA PASSERELLA

Anche per questo Mainstream Downstream va contro tutti i principi della sfilata tradizionale.


I modelli non camminano. Non controllano il proprio corpo, non scelgono il ritmo, non interpretano l’abito attraverso il movimento. Sono immobili e procedono soltanto perché l’acqua li trasporta.


L’acqua non è una semplice scenografia. È un elemento fondamentale del progetto, perché interviene direttamente sui vestiti. I tessuti si impregnano, diventano più pesanti, aderiscono al corpo oppure perdono la forma che avevano inizialmente. Le pelli, la gomma e gli altri materiali reagiscono all’immersione. L’ambiente modifica concretamente la collezione.


Il Naviglio diventa così parte integrante della progettazione.


Dopo la presentazione, un giornalista avrebbe domandato a Poell che cosa sarebbe successo a quei vestiti. Sarebbero stati buttati? Sarebbero diventati inutilizzabili?



La sua risposta fu semplicissima:


They will dry.


Si asciugheranno.



È una risposta che restituisce perfettamente il carattere del progetto. Non c’è la volontà di proteggere il vestito, di conservarlo intatto o di presentarlo nella sua forma ideale. Il capo può bagnarsi, sporcarsi, appesantirsi e trasformarsi. Poi, semplicemente, si asciugherà.


Siamo quindi davanti a una collezione in cui la dimensione fisica è fondamentale. Non si tratta soltanto di uno spettacolo visivo, ma di un’esperienza che coinvolge anche il caldo, l’umidità, gli odori e il disagio.


Oggi siamo abituati a vedere sfilate costruite all’interno di ambientazioni spettacolari, con paesaggi artificiali e scenografie progettate per sorprendere il pubblico. In questo caso, invece, Poell non costruisce un ambiente fittizio. Inserisce la moda dentro un luogo reale e lascia che quel luogo agisca direttamente sui corpi e sui vestiti.


Il Naviglio non era stato ripulito per l’occasione. L’acqua era sporca e maleodorante. Il caldo e l’umidità erano soffocanti. Le alghe, i detriti e il cattivo odore non rappresentavano degli incidenti da nascondere, ma diventavano parte dell’esperienza.


Anche l’odore, in qualche modo, entra nel progetto.


La collezione era costruita soprattutto intorno al contrasto tra il bianco e l’arancione. C’erano trench bianchi, fasce sul petto, pantaloni sartoriali molto aderenti, giacche costruite sulle spalle, maglieria e grandi calze arancioni. Comparivano inoltre applicazioni in pelle e gomma.


Mainstream Downstream, primavera-estate 2004 CCP Mainstream Downstream, primavera-estate 2004 CCP

UNA SFILATA CHE IMPEDISCE DI GUARDARE GLI ABITI

Eppure, durante la presentazione, era quasi impossibile osservare realmente i capi nella loro interezza.


I modelli galleggiavano grazie a strutture nascoste sotto il corpo, che permettevano loro di restare sulla superficie dell’acqua. La posizione, la distanza dalle rive e il movimento del Naviglio impedivano però al pubblico di guardare i vestiti nel modo in cui normalmente si osserva una collezione.


È un altro elemento fondamentale.


Una sfilata dovrebbe servire a mostrare gli abiti. Poell, invece, costruisce una presentazione in cui gli abiti non possono essere osservati completamente. Il dispositivo spettacolare finisce per ostacolare la funzione commerciale della passerella.


Il modello non accompagna il vestito. Non lo valorizza attraverso il passo o la postura. Si lascia semplicemente trascinare.


La sfilata possiede così un proprio flusso, con un inizio e una fine, ma il movimento non viene prodotto dalle persone. È la natura, attraverso l’acqua, a stabilire la velocità e la direzione.


Alla fine del percorso i modelli vengono recuperati, tirati fuori dal Naviglio e asciugati. Anche i vestiti vengono lasciati asciugare e, nei giorni successivi, vengono esposti nello showroom milanese ancora segnati dall’esperienza dell’acqua.


Osservando le immagini, molti penseranno inevitabilmente a Ofelia, la celebre di di John Everett Millais


Il riferimento visivo è immediato: un corpo disteso sull’acqua, sospeso in una condizione difficile da decifrare, a metà tra il sonno e la morte. È una suggestione che appartiene al nostro immaginario e che riemerge quasi automaticamente davanti a quei corpi galleggianti.


Non sappiamo se siano vivi o morti. Sappiamo che non oppongono resistenza. Sono completamente esposti all’ambiente e alla sua direzione.


È proprio questa perdita di controllo a rendere Mainstream Downstream così potente.


Il vestito perde la propria forma iniziale. Il modello perde il controllo del movimento. Lo stilista stesso rinuncia, almeno in parte, a stabilire con precisione come la collezione verrà mostrata. Tutto viene consegnato a un elemento instabile, sporco e imprevedibile come l’acqua del Naviglio.


Non era la prima volta che Poell costruiva una presentazione così estrema.


Qualche anno prima, nel 2000, aveva realizzato Best Before, un progetto in cui aveva utilizzato barelle e pantaloni molto lunghi e larghi, capaci di ricordare dei sacchi mortuari. Anche in quel caso la sfilata non assomigliava a una passerella tradizionale. I corpi erano inseriti nel contesto di un canile, tra animali, rumori e odori.


Poell aveva già trasformato la presentazione di moda in un’esperienza fisica, disturbante e difficile da consumare passivamente. Non chiedeva semplicemente al pubblico di guardare dei vestiti. Lo costringeva a confrontarsi con il corpo, con la sua vulnerabilità e con ambienti che normalmente la moda cercherebbe di tenere lontani.


Carol Christian Poell - BEST BEFORE, 2000 Carol Christian Poell - BEST BEFORE, 2000

LA MODA TRASCINATA DALLA CORRENTE

Ho voluto raccontare questo progetto perché Mainstream Downstream non consiste soltanto nell’aver messo la moda dentro l’acqua.


Poell snatura due degli elementi fondamentali della sfilata: il corpo e l’abito.


Il corpo non cammina più, ma viene trasportato. L’abito non mantiene la propria forma, ma viene modificato dall’ambiente. Entrambi perdono il controllo della propria direzione.


Nei primi anni Duemila la moda cominciava a celebrare sempre di più la velocità, la novità, il desiderio e la continua successione delle tendenze. Poell presentava invece dei corpi immobili, mossi da un andamento lento e quasi funerario.


La sua era una moda che riusciva ad avanzare soltanto perché veniva trascinata dalla corrente.


Ed è forse proprio in questa contraddizione che si trova il significato più profondo del progetto. La corrente crea un movimento e stabilisce una direzione, ma nello stesso momento altera e snatura ciò che l’essere umano aveva progettato.


Gli abiti partono con una forma precisa, ma l’acqua li trasforma. I corpi partono da un punto, ma non decidono dove andare. La moda continua a muoversi, ma non è più chiaro chi ne stia controllando il percorso.


A più di vent’anni di distanza, Mainstream Downstream rimane forse una delle presentazioni più interessanti mai realizzate. Non soltanto per la forza delle sue immagini, ma perché riflette sul rischio che si corre quando ci si lascia trasportare dalla corrente.


Immagine di copertina: Mainstream Downstream, primavera-estate 2004 CCP

Alessio Vigni, nato nel 1994. Progetta, cura, scrive e si occupa di arte e cultura contemporanea.


Collabora con importanti musei, fiere d'arte, organizzazioni artistiche. Come curatore indipendente, lavora principalmente con artisti emergenti. Recentemente ha curato "Warm waters" (Roma, 2025), "SNITCH Vol.2" (Verona, 2024)e la mostra "Dialoghi empatici" (Milano, 2024). La sua pratica curatoriale indaga il rapporto tra il corpo umano e le relazioni sociali dell'uomo contemporaneo.


Scrive per diverse riviste specializzate ed è autore di cataloghi d'arte e podcast. Per Psicografici Editore è coautore di SNITCH. Dentro la trappola (Roma, 2023). Dal 2024 è membro dell'Advisory Board di (un)fair.

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