PAC Milano: la mostra PERFORMING PAC tra memoria di via Palestro e arte contemporanea
Fino a settembre il PERFORMING PAC propone un viaggio tra i collage di Schwitters e le installazioni di Benassi e Ciancimino. Storia, poesia e politica nel cuore di Milano
Premessa necessaria: questo mese di luglio vi porto in luogo che per me è molto più di un semplice spazio dell’arte. Il PAC Padiglione d’Arte contemporanea di Milano è per me indissolubilmente legato alla memoria di una calda serata di luglio, quella del 27 luglio 1993. Ero ancora una liceale all’epoca, eppure mi ricordo bene la notizia al telegiornale e ricordo bene la zona, dove passai qualche giorno dopo: quella notte esplose un’autobomba in via Palestro, proprio davanti al Pac. Morirono cinque persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, un immigrato di origine marocchina che dormiva su una panchina lì accanto. La mano era di Cosa Nostra: erano gli anni dei sanguinosi attentati al giudice Falcone e Borsellino.
Da allora il PAC non ha potuto non fare i conti con questa ferita, con questa sua storia dolorosa, che il conservatore Diego Sileo spesso evoca. Lo fa ancora una volta, in maniera originale, non con una sterile commemorazione, ma con un manifesto poetico e politico sulla rinascita delle forme: la nuova edizione di PERFORMING PAC, intitolata "These fragments I have shored against my ruins". Curata da Silvia Bignami, Iolanda Ratti e Diego Sileo, la rassegna – prosegue fino a metà settembre - evoca nel titolo i celebri versi di T.S. Eliot da The Waste Land per mettere in scena un’autentica archeologia del presente, celebrando i trent’anni dalla riapertura dell’edificio ricostruito da Ignazio Gardella nel 1996 dopo l’attentato.
Il format espositivo, nato nel 2018 per far reagire i materiali d'archivio con la sensibilità contemporanea, sceglie come innesco critico un fulmineo flashback storico: la grande mostra del 2001 dedicata a Kurt Schwitters, l’indiscusso maestro del montaggio e del frammento dadaista. All’epoca, l’esposizione milanese svelava la complessa costellazione del mondo "MERZ" schwitteriano; oggi, quattro opere storiche di quell'appuntamento – i collage Mz 253 Herz, Für Glaserherz (!Anna Blume?), King e il rilievo Grasmere – tornano a dialogare con i visitatori insieme a documenti d’epoca e alle pagine del libro degli ospiti che registrava lo stupore collettivo di fronte al Merzbau, quella cattedrale di scarti e intuizioni spaziali cresciuta su sé stessa come un’architettura totale e percorribile.
È intorno a questa attitudine del "costruire con le macerie" che i curatori hanno orchestrato il lavoro di sette artisti contemporanei, chiamati a occupare il padiglione come un organismo vivo e stratificato. L’itinerario si apre con la graffiante ironia visiva di Lucia Marcucci, pioniera della Poesia Visiva in Italia e colonna del Gruppo 70: i suoi venticinque storici collage, realizzati tra il 1964 e il 1974 e affiancati da opere recenti, orchestrano un montaggio di slogan e ritagli pubblicitari che seziona e denuncia la mercificazione del corpo femminile e l'ambiguità dei mass media. La tensione politica e l'accumulo di materiali poveri proseguono nella ricerca di Thomas Hirschhorn, che con la serie I-nfluencer-poster del 2021 assembla diciassette manifesti di cartone dove immagini patinate e citazioni filosofiche scritte a mano sono tenute insieme dal nastro adesivo, sotto il segno di hashtag militanti come #Precarietà, #Spazio Pubblico e #Resistenza. Lo spazio espositivo si frantuma e si ricompone continuamente: al primo piano, Roberto Cuoghi scardina ogni linearità museografica con la serie pittorica inedita Pepsis, costringendo lo spettatore a muoversi all’interno di un sistema visivo deliberatamente incoerente, guidato solo dai propri automatismi percettivi. Poco distante, l’eredità disordinata dell'universo MERZ trova una sponda ideale nell’opera polimaterica Mien-Gribbohm-Wien-Milano dell’artista tedesco John Bock, un lavoro storico già esposto al PAC nel 2000, oggi di proprietà del Museo del Novecento, che viene riattivato e attualizzato per l'occasione. Notevole.
Se la narrazione di Mika Rottenberg, affidata alla video installazione Cosmic Generator del 2017, esplora i circuiti surreali e la disperazione della mercificazione ipercapitalista globale globale, altre sale scelgono la via della metamorfosi spaziale e biologica. È il caso della bravissima (siamo di parte) Gabriella Ciancimino, che trasforma un intero ambiente con Il giardino della Chimera, un diorama site-specific di Arte Bioenergetica quantistica dove disegno, pittura e assemblaggio si fondono in un’esplorazione onirica della natura.
Altrettanto radicale è l'approccio di Jacopo Benassi, un artista che non fa mai nulla di banale. Per il PAC firma l'installazione Studio manifesta (2026): il suo studio d'artista viene concepito come un ecosistema politico e mentale in continuo movimento, popolato da opere montate su ruote che rifiutano categoricamente la fissità della parete e la contemplazione statica, quasi fossero estensioni dinamiche del corpo stesso.
«L'arte, se costruita sulle macerie, non smette mai di risuonare», mi dice Diego Sileo quando ci salutiamo.
Immagine di copertina: Mika Rottemberg
Cosmic Generator (Loaded #3), 2017- 2018
Installazione video a canale singolo, audio e colore, 26’36”
Ed. 6/6 + 1 variante d’artista
© Mika Rottenberg
Courtesy l’artista e Hauser & Wirth
Milanese, giornalista professionista, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates.