Nuoro e il sogno del domani: la vertigine del futuro al MAN

Tra capolavori spaziali, design e riflessioni contemporanee, la mostra FUTURAMA esplora nell'Atene sarda quell'epoca in cui l'arte ha osato immaginare il mondo che verrà

06.08.26

Anche questo mese mi piace portarvi in un luogo a me particolarmente caro. Si trova in Sardegna, ma non sulle spiagge che tutti conosciamo e amiamo ma in quella città a tratti ruvida che sta nell’entroterra e che i sardi pronunciando con una u chiusa che difficilmente riesco a imitare: Nuoro. È la città di Grazia Deledda, frequentata da artisti e intellettuali tanto che nell’Ottocento qualcuno l’aveva ribattezzata addirittura “l’Atene sarda”. Qui, nel centro cittadino, Il MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro è diretto da anni da Chiara Gatti, che è persona speciale, capace di cucire addosso agli spazi del museo progetti artistici mai banali. Questa estate, ad esempio, si conclude un ambizioso percorso espositivo triennale con la mostra FUTURAMA. Nostalgia di futuro, curata appunto da Chiara Gatti con Elisabetta Masala (si può visitare fino al 15 novembre). Dopo aver indagato i meccanismi cognitivi della percezione con SENSORAMA e le nuove ecologie con DIORAMA, quest'ultimo capitolo della trilogia sposta l'obiettivo sull'immaginazione del domani.

Immagine grafica della mostra, liberamente ispirata alle copertine di Urania, Mondadori Immagine grafica della mostra, liberamente ispirata alle copertine di Urania, Mondadori

Mostra azzeccata visti i tempi, non credete?

Il titolo evoca direttamente la celebre esposizione Futurama organizzata dalla General Motors alla New York World’s Fair del 1939: un immenso plastico immersivo progettato da Norman Bel Geddes che offriva a milioni di visitatori una visione idealizzata dell'America del domani, dominata dall'efficienza tecnologica e da metropoli razionali. Da questa illusione di progresso inevitabile, la mostra prende le mosse per esplorare quella straordinaria stagione, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui la creatività ha saputo tradurre l'ottimismo tecnologico in forme, materiali e ambienti capaci ancora oggi di parlare al presente.

Sergio Lombardo, Kennedy, 1961-1963, smalto industriale su tela, 230 x 180 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo Sergio Lombardo, Kennedy, 1961-1963, smalto industriale su tela, 230 x 180 cm, courtesy Archivio Sergio Lombardo

Il percorso espositivo si rivela non come una semplice rassegna nostalgica, ma come la mappatura di una vera e propria vertigine: lo dice bene Carlo Antonelli nel suo saggio in catalogo. Tutto il Novecento è stato un gigantesco laboratorio di previsioni alimentato dal boom economico e dalla corsa allo spazio. La fantascienza e l’arte, però, non si sono limitate a sognare: hanno spinto la sfida un po’ più in là, obbligandoci a fare i conti con la nostra incapacità di stare al passo con le nostre stesse invenzioni.

Il nucleo centrale della mostra indaga così il profondo riverbero dell’ “era futuristica” sulle arti visive. Si parte dalle origini dello Spazialismo: nel manifesto Spaziali II del 1948, firmato da Lucio Fontana, si cita l'impatto delle prime fotografie della Terra scattate dai razzi V2 nel 1946, che aprirono le porte a una ridefinizione totale dello spazio-tempo dell'arte. In mostra, capolavori come i Concetti spaziali del 1951-1952 rivelano l'oscillazione di Fontana tra la sensualità magmatica della materia cosmica e l'azzeramento radicale dei suoi celebri "buchi", originariamente concepiti con una retroilluminazione elettrica per indicare il trapasso verso l'infinito.

A questa visione progressista si contrappone la lucida ironia del Movimento Arte Nucleare di Enrico Baj e Sergio Dangelo. Se con le "esplosioni sottomarine" del 1951 Gianni Dova alludeva per primo all’incubo atomico, nel 1959 Baj firma il Manifesto dell’arte interplanetaria, contrastando il positivismo rigido degli scienziati con una fantasia libera popolata dai suoi celebri "ultracorpi" alieni e mostruosi. L'immaginario accelera con i lanci storici: lo Sputnik sovietico (1957) spinge la gagliarda Regina Cassolo Bracchi a ribattezzare una sua scultura spaziale, mentre il volo orbitale di Jurij Gagarin (1961) ispira a Fontana un "cielo da incubo" fatto di tubi al neon blu e verdi. La superficie lunare diventa poi ossessione materica e tattile nella Superficie lunare (1964) di Giulio Turcato o ambiente claustrofobico e morbido nell'installazione Luna di Fabio Mauri (1968), in cui le microsfere di polistirolo si trasformano in una potente metafora dell'incomunicabilità contemporanea.

Allunaggio di Zanotta, la seduta per esterni proposta dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1965 Allunaggio di Zanotta, la seduta per esterni proposta dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1965

Uno degli aspetti secondo me più azzeccati di questo progetto al MAN è il dialogo tra le opere d'arte visiva firmate da maestri come Grazia Varisco o Gianni Colombo e i linguaggi del design radicale e della moda sperimentale. Interessante, a questo proposito, la figura di Germana Marucelli, la "sarta intellettuale". Frequentatrice dello studio di Fontana e legata a Getulio Alviani da un profondo sodalizio creativo, Marucelli traspone le istanze ottico-cinetiche e spaziali direttamente sul corpo umano, come nella linea Optical (1965). Nel 1968, in anticipo sull'allunaggio, presenta la linea Alluminio: le sue modelle sfilano con piastre e scudi metallici, appaiono come donne "romantico-guerriere" pronte per un futuro spaziale tanto affascinante quanto incerto. Geniale. 

Si esce dalla mostra e ci si domanda: che cosa resta, oggi, di quella sfacciata fiducia nel futuro? Possiamo tornare a pensare al domani con fiducia?  

Immagine di copertina: Immagine grafica della mostra, liberamente ispirata a Case del futuro, di Charles Schridde, 1962.

Milanese, giornalista professionista, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. 

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