ANISH KAPOOR A PALAZZO MANFRIN: IL VIAGGIO NELLA MATERIA CHE SCUOTE VENEZIA
Mentre la Biennale riempie la Laguna di padiglioni, code e tensioni politiche, a Cannaregio Palazzo Manfrin apre le porte a una mostra che attraversa cinquant’anni di visioni, ossessioni e sperimentazioni di uno dei grandi maestri dell’arte contemporanea
Mentre la Laguna viene travolta dal consueto “circo della Biennale”, tra padiglioni nazionali e code infinite, prima tanta pioggia (e sit-in di protesta e manifestazioni anti Israele e anti Russia) e poi di nuovo il sole e sempre più pubblico in giro, meglio puntare su Cannaregio e visitare quella perla di Palazzo Manfrin, un tempo dimora nobiliare veneziana, poi struttura decaduta e ora “casa” di uno dei maestri dell’arte contemporanea. Lui è l’artistar Anish Kapoor, 72 anni, scultore britannico di origine indiana: “star” solo di fama, ché in realtà è uomo molto easy (lo abbiamo testato anche in questi giorni, incontrandolo per caso davanti a San Marco con sua moglie, la brillante Omaima) e sempre ben disposto a una battuta. Fino al 19 agosto apre le porte del Palazzo per una mostra che è, a tutti gli effetti, un viaggio senza rete nella testa di uno dei più grandi artisti del nostro tempo.
Kapoor ha deciso di mettere a nudo cinquant’anni di ossessioni creative. Il cuore pulsante della rassegna è costituito da circa 100 modelli architettonici (sì, sono 100: tutta la mostra pare un atelier): sono i sogni dell’artista, le sue “visioni in miniatura”. Alcuni di questi sono poi diventati giganti d’acciaio famosi in tutto il mondo — come il celebre Cloud Gate di Chicago, per tutti "il fagiolo" — altri sono rimasti progetti sulla carta, utopie architettoniche che aspettano solo il momento giusto per sfidare le leggi della gravità. Ma non aspettatevi un semplice archivio per addetti ai lavori: questa mostra è un corpo a corpo brutale e affascinante con la materia stessa.
Ma chi è davvero Anish Kapoor? Potremmo definirlo lo scultore contemporaneo che ha cambiato le regole del gioco della scultura mondiale. Nato a Mumbai ma londinese nell’anima, Kapoor è l’uomo che ha sequestrato il nero più profondo del mondo (il celebre Vantablack, con tanto di copyright) per creare buchi neri in cui l’occhio umano si perde senza riferimenti, ed è lo stesso artista che usa l’acciaio inox come uno specchio deformante per sbatterci in faccia una realtà che non avevamo previsto. Per lui l’arte non è un oggetto da appendere a una parete, ma uno spazio da inventare da zero. «Per fare nuova arte bisogna creare nuovo spazio», è il suo mantra. E a Palazzo Manfrin lo mette in pratica con una radicalità che lascia senza fiato.
Perché dovete assolutamente andarci? Perché è raro assistere a un dialogo così vibrante e quasi violento tra il passato di Venezia e un futuro distopico. Le sculture di Kapoor non si guardano con la distanza di sicurezza del visitatore medio: ti aspirano, ti riflettono, ti costringono a chiederti se quello che vedi sia reale o solo un trucco arguto della tua percezione. È un’arte viscerale, quella di Kapoor, che passa per il rosso sangue delle sue cere e per la luce accecante delle sue superfici specchianti, costringendo lo spettatore a un’interazione fisica costante.
Se siete stanchi dei messaggi politici (a volte didascalici: possiamo dirlo?) dei padiglioni della Biennale Arte e cercate qualcosa di diverso, il passaggio a Cannaregio è obbligatorio. Palazzo Manfrin cessa di essere solo un contenitore per farsi laboratorio alchemico.
In un'epoca di immagini digitali e realtà aumentata, Kapoor ci ricorda che la vera rivoluzione avviene ancora nello spazio fisico, lì dove il vuoto e la materia si scontrano. La sfida di Palazzo Manfrin non è solo quella di ospitare una retrospettiva, ma di dimostrare – e quanto ce n’è bisogno! - che Venezia può ancora essere il teatro di una modernità rispettosa del passato ma proiettata verso nuovi orizzonti di senso.