Jannis Kounellis a Lugano: «Io sono un pittore»
Alla Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, oltre 35 opere rileggono l’arte di Kounellis attraverso la pittura: un viaggio tra materia, memoria e identità mediterranea, curato da Vincenzo de Bellis.
Un’esposizione temporanea su un gigante dell’arte italiana ed europea, in uno spazio che comprende una collezione di 200 opere, dall’inizio del Novecento ad oggi, custodite come se si entrasse in un bunker sotterraneo dove, tra pareti grigie e sale ampie, le sorprese non mancano.
Esiste un’ostinata classificazione che per decenni ha accompagnato la ricezione critica di Jannis Kounellis (Il Pireo, 1936 – Roma, 2017): quella di aver abbandonato la pittura per farsi alchimista dello spazio, scultore della materia, maestro demiurgo dell’Arte Povera. La mostra “Jannis Kounellis: Io sono un pittore” (fino al 17 gennaio 2027) e curata, si diceva, da Vincenzo de Bellis in collaborazione con l’Archivio Kounellis di Roma, scardina in maniera organica e radicale questa lettura storiografica. Il progetto espositivo sceglie di assumere la pittura non come semplice supporto tecnico o fugace stagione giovanile, ma come l’unica reale chiave interpretativa e sistematica dell’intera parabola dell’artista greco.
Il punto di irradiazione dell’intero impianto curatoriale risiede in quell’enunciato apparentemente lapidario che l’artista amava ripetere: «Io sono un pittore». Dice de Bellis: «Il termine greco zogràphos, ovvero pittore come “colui che scrive la vita”, ha orientato l’intero progetto curatoriale. Kounellis ha dipinto sulla tela nel senso convenzionale solo per pochi anni della sua traiettoria artistica, ma poi ha per tutta la sua vita dipinto con il ferro, con il carbone, con il fuoco, con i sacchi di juta e il profumo del caffè. Ha dipinto con lo spazio, con il silenzio, con la memoria di una civiltà mediterranea che sentiva minacciata. Eppure, nessuna mostra aveva ancora assunto la pittura come lente interpretativa principale del suo lavoro».
Questo progetto riunisce oltre 35 opere realizzate tra la fine degli anni Cinquanta e il 2014, affiancando a capolavori storici preziosi inediti o rarità come Senza titolo (Omaggio a Van Gogh) del 1991 e la Rosa nera su carta con fondo spray argentato del 1966, e rinuncia programmaticamente al rigore della sequenza cronologica. «Il percorso è circolare, perché Kounellis stesso per tutta la vita è andato e tornato sugli stessi temi».
In questo approccio che potremmo definire fluido, l’opera di Kounellis si rivela come un serrato dialogo a distanza con la grande tradizione della storia dell’arte: da Malevič a Van Gogh, da Mondrian a Ensor e Arp.
L’esordio della mostra mette a fuoco la genesi del vocabolario visivo dell’artista: un vertiginoso quadrato nero tracciato direttamente a parete entra in cortocircuito con i lavori a smalto del 1958, dove le lettere di un’insegna urbana («Tabacchi») mettono insieme l’avanguardia suprematista di Malevič e l’esperienza viva della strada romana. «Lui si è sempre sentito italiano: adorava Roma, sua città d’elezione. Certo, era nato in Grecia, ma parlava di rado la sua lingua madre», ci racconta il figlio Damiano.
La pittura diventa grafica nelle quattro varianti del ciclo delle Rose esposte, tra cui spicca la versione nera su fondo spray argenteo del ‘66.
Il gesto pittorico in Kounellis si manifesta nella concretezza fisica delle cose: ferro, piombo, catrame, lana bianca, fumo e carbone occupano lo spazio mantenendo intatta la propria forza tragica e terrestre. In un lavoro del 2005, la vitalità pungente di un campo di cactus si misura con la rigida perimetrazione dei rotoli di piombo, mentre in grandi composizioni su tela del 1967 e del 1969 i sacchi di juta si trasformano in veri e propri moduli plastici, scansioni di un ipotetico polittico rinascimentale dove il peso effettivo del reale si sovrappone alla superficie bianca della pittura.
Il rapporto con la memoria e l’assenza trova uno dei suoi apici più toccanti lungo il corridoio di dodici metri dominato da Senza titolo (Omaggio a Van Gogh) (1991). In quest’opera monumentale e raramente mostrata, le lastre di ferro riproducono scrupolosamente le dimensioni esatte delle tele del maestro olandese: dalle fenditure del metallo filtra una luce calda, intima, che richiama l’oro e il valore teofanico dell’icona bizantina. Del pittore olandese non vi è alcuna traccia figurativa, se non la proporzione, la misura e l’eco del suo giallo. Poesia pura, secondo noi.
Questo stesso giallo, insieme all’archetipo della barca – simbolo di esodo, viaggio e flussi mediterranei –, riaffiora nei lavori del 1978 e del 2014. La migrazione, dramma del Novecento e cifra biografica dello stesso Kounellis, riemerge poi nell’opera del 2007 esposta nell’ultima sezione, forse la più scenografica: un cappotto ripiegato con cappello e scarpe su una sedia sospesa dinanzi alla tela, un vero e proprio autoritratto drammaturgico e teatrale.
E poi una serie di cappotti neri appesi a ritmo regolare su due pareti della sala. Ci racconta Danna Olgiati: «Mio marito Giancarlo fece in tempo a vedere questa mostra installata prima di morire: davanti a questa sala rimase a lungo in silenzio. Poi mi chiese se anche io vedessi quel che vedeva lui. “Che cosa?”, gli chiesi. “Quei cappotti appesi sono ‘Le anime morte’ di Gogol’”, mi disse». È tutto qui.
Immagine copertina: Veduta dell’allestimento Jannis Kounellis: Io sono un pittore Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano, Svizzera © Estate of Jannis Kounellis / 2026, ProLitteris, Zurich Foto © Agostino Osio for Alto Piano
Milanese, giornalista professionista, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates.