Una fiera piena. Una direzione incerta
Tra pubblico, mercato e curatela, la fiera tiene. Ma la direzione resta incerta.
Entrare in Miart oggi funziona ancora. Milano, in questo senso, è una macchina perfetta: durante l’Art Week tutto si attiva, la città si muove, le persone escono, si incontrano, si cercano. E la fiera, dentro questo movimento, regge senza sforzo. È piena, attraversata, vissuta, e questo è il primo dato, evidente, quasi incontestabile.
Alla MLB Maria Livia Brunelli Gallery raccontano di una giornata iniziale molto intensa, quasi travolgente, con collezionisti e giornalisti continui e una prima vendita già chiusa. Alla Merkur Gallery, alla loro prima partecipazione, la reazione è immediata: non ho mai visto così tante persone in una fiera, con richieste di prezzo già dal primo giorno. Anche alla 193 Gallery il ritmo è alto, tra opere appena presentate e già richieste e una curiosità concreta verso artisti che portano dentro la fiera geografie e identità diverse.
Il pubblico c’è. Ma non è detto che basti.
Basta fermarsi qualche minuto in più dentro queste stesse conversazioni per capire che questa pienezza non coincide necessariamente con intensità. Giuseppe Lezzi della M77 lo dice senza girarci intorno: tanto struscio, poco strutto. Silvia Guastalla parla di una buona inaugurazione, molte persone, qualche vendita, ma già il giorno dopo la sensazione cambia, si raffredda, diventa più incerta. Alla Primo Marella Gallery il tono è ancora più lucido: la fiera è un po’ sotto tono, le persone ci sono ma manca slancio, manca quella decisione immediata che una volta era più frequente, e il tempo della scelta si allunga, si sposta fuori da qui.
La fiera non è più il luogo in cui si vende davvero.
Questa distanza tra presenza e decisione ritorna spesso. Alla galleria Alvise delle Piane viene esplicitata con chiarezza: pensare che il guadagno avvenga qui è impossibile, la fiera serve a esserci, a costruire, a far partire relazioni che si sviluppano nei mesi successivi. Anche P420 lo racconta in modo diretto: qui non si comprende davvero un artista, si costruisce piuttosto un confronto, una mappa mentale, un orientamento.
Ed è proprio questo sistema a tenere tutto insieme. Miart funziona perché è a Milano, e non è un dettaglio. Qui convergono istituzioni, fondazioni, gallerie, pubblico, ed è questo ecosistema che sostiene la fiera e le permette di esistere con continuità.
Il problema non è la quantità. È l’orientamento.
Girando per i padiglioni, la fiera appare come una città grande, piena, ma senza un centro. Alla MLB lo dicono con semplicità: c’è molta roba, per apprezzarla davvero bisogna avere tempo. Ci si muove molto, si guarda molto, ma è difficile costruire un percorso, ed è facile ritrovarsi a seguire numeri, corridoi, direzioni, cercando di capire dove si è più che cosa si sta vedendo.
È un po’ dispersiva.
È una frase che torna, detta dai collezionisti, riportata dalle gallerie, percepita da chi attraversa la fiera senza riuscire davvero a fermarsi.
Il tema esiste. Ma non si vede davvero.
Il tema di quest’anno è il jazz, sotto il titolo New Directions. Sulla carta è una promessa molto chiara: trasformazione, apertura, capacità di prendere uno standard e spingerlo oltre. Il riferimento a John Coltrane e Miles Davis è tutt’altro che decorativo. Non erano musicisti che stavano dentro il jazz, erano musicisti che il jazz lo spostavano, lo mettevano in crisi, lo trasformavano, cambiando continuamente direzione.
È esattamente questo il punto.
Ma dentro la fiera, questa tensione si percepisce poco.
Quando qualcuno la interpreta davvero, lo si nota subito. Alla M77 il tema entra nello stand e diventa visibile, costruisce un racconto. Alla galleria Alvise delle Piane si traduce in una improvvisazione studiata, in uno spazio che cerca una propria identità tra naturale e artificiale. Ma sono episodi isolati, non diventano sistema, non costruiscono un linguaggio condiviso.
Sulla carta funziona tutto. Nella pratica molto meno.
Il tema c’è, la narrazione c’è, il racconto è costruito. Ma manca il passaggio fondamentale: la curatela come costruzione reale dell’esperienza. La curatela non è dichiarare un tema, è dare forma allo spazio, creare relazioni, orientare lo sguardo, costruire un ritmo.
Senza questo passaggio, tutto tende ad appiattirsi. Gli stand si susseguono, spesso corretti, professionali, ma simili. Le opere ci sono, anche importanti, ma il modo in cui vengono presentate raramente costruisce una direzione. Si accumulano immagini e si perde orientamento. È una sensazione concreta, condivisa, che non riguarda solo il pubblico ma anche gli addetti ai lavori.
Senza identità, la fiera non si distingue.
E allora la questione cambia. Non è più una questione di qualità delle opere o delle gallerie, quelle ci sono e sono solide, è una questione di identità. Se togli il nome miart e lo sostituisci con un altro, cosa cambia davvero? Le opere restano, le gallerie restano, il formato resta, ma non resta qualcosa di immediatamente riconoscibile.
È qui che si vede la differenza con Art Basel o con Frieze, che non sono solo fiere ma sistemi costruiti, riconoscibili, curati. Miart oggi sembra ancora soprattutto un mercato sotto un capannone, ben fatto, ben organizzato, pieno, ma ancora poco costruito come esperienza.
E senza esperienza non diventa un formato.
Resta legata a Milano, al suo contesto, alla sua forza, funziona perché è qui, perché tutto intorno la sostiene, ma proprio per questo rischia di non evolvere davvero.
La domanda, a questo punto, è inevitabile.
Miart funziona, ed è evidente, ma forse non basta più, perché a questo punto la domanda non è solo se la fiera regge, ma se vuole restare un mercato o diventare davvero un evento.