Milano olimpica e culturale: le mostre imperdibili tra Kiefer, Mapplethorpe e Triennale
Dall’Olimpiade culturale alle grandi esposizioni a Palazzo Reale e Triennale, tre progetti da non perdere nella Milano più ambiziosa di sempre
Milano non è mai stata così spudoratamente (e olimpicamente) ambiziosa. Mentre il "circo sportivo" conta le medaglie e le polemiche sul traffico, i lavori in ritardo, l’ICE, l’“Olimpiade culturale” (forse si poteva trovare un nome migliore rispetto a quello inventato dal comune) mostra i muscoli. Il cartellone delle mostre in città, negli spazi istituzionali, nelle fondazioni e nelle gallerie, è densissimo: ecco qualche appunto su tre progetti espositivi che, per motivi diversi, sarebbe meglio non perdere.
L’imperdibile
È ovviamente lui, il genio tedesco Anselm Kiefer che, con Le Alchimiste, occupa la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (fino al 27 settembre: dura parecchio) con un’installazione irripetibile e di struggente bellezza. In uno spazio segnato dalle cicatrici dei bombardamenti del 1943 — un guscio di splendore e rovina che riflette perfettamente la poetica del maestro — Kiefer non dipinge, ma scava. In un ciclo monumentale di 42 teleri mette in scena un atto di resurrezione per tutte quelle donne che la storia "ufficiale" ha preferito dimenticare o, peggio, seppellire sotto l'etichetta di stregoneria. Le alchimiste di Kiefer sono donne che hanno osato fare scienza quando non veniva loro concesso; sono creature del passato che non si sono accontentate del ruolo imposto dalla società ma hanno cercato la loro pietra filosofale (e alla mitologica pietra è dedicato uno dei primi lavori della sala). Kiefer, come pochissimi prima di lui (forse Picasso, quando espose Guernica nel 1953), pare aver trovato nella Sala delle Cariatidi un atelier perfetto per la sua pittura di materia densa: ci regala un pantheon al femminile dove figure come Caterina Sforza — scienziata e condottiera che alla fine del Quattrocento proprio a Milano scrisse di alchimia — dialogano con nomi quasi sconosciuti come Marie Meudrac. Queste alchimiste emergono dalla materia simbolica delle tele come apparizioni fantasmatiche, scienziate ante litteram che hanno cercato la verità manipolando alambicchi e forni.
L’installazione, concepita come un “leporello” (quei libri antichi con le pagine a fisarmonica), è pensata per girarci attorno, a zig-zag, con il naso all’insù. L’ottantenne Kiefer ci sbatte in faccia il potere creativo e redentivo delle donne (e anche il suo, diciamolo: è il miglior artista vivente), ricordandoci che dietro ogni progresso c’è spesso un’intelligenza femminile occultata. È un tributo feroce, un corpo a corpo tra storia e memoria che nasce grazie all’intuizione di Gabriella Belli e al sostegno di Lia Rumma e Gagosian.
L'INDICIBILE
E se Kiefer lavora sulla materia che ribolle, Robert Mapplethorpe risponde con la freddezza marmorea della perfezione formale. Sempre a Palazzo Reale, la retrospettiva Le forme del desiderio mette a nudo l’intera parabola del celeberrimo fotografo statunitense (1946-1989). Con oltre 200 opere, l’esposizione curata da Denis Curti ci ricorda che per Mapplethorpe il corpo non è mai solo carne: è una superficie scultorea, un campo di battaglia politico e identitario. Dimenticate la provocazione fine a sé stessa: qui si parla di un rigore estetico quasi ossessivo. Il percorso è un crescendo: dai primi collage sperimentali fino agli autoritratti segnati dalla malattia (mai accettata, sempre nascosta). In una delle sale più belle vediamo la complicità profonda con la musa di sempre, la mitica Patti Smith, e la bellezza androgina di Lisa Lyon, ritratta con un’estetica neoclassica che sfida ogni convenzione di genere. La precisione chirurgica della sua Hasselblad trasforma persino i fiori — calle, orchidee, tulipani — in oggetti carichi di una sessualità implicita. Questa tappa milanese della mostra (che andrà a fine maggio anche all'Ara Pacis di Roma) pecca forse solo nell’allestimento, che avrebbe meritato spazi più ariosi per non "impallare" gli scatti con i riflessi dei faretti.
QUEL CHE NON TI ASPETTI
Infine, per chi cerca un’esperienza diversa, c’è Casa Italia alla Triennale. Per la prima volta, lo spazio del CONI non è una riserva per soli atleti, ma apre le porte a chiunque. Sotto il tema "Musa", oltre cento opere raccontano l’Italia come fonte di ispirazione per creativi di ogni latitudine. Il percorso è un'indagine per nulla scontata, con "nomi pesanti": dall'Igloo di Mario Merz nel giardino, al dipinto in LEGO di Ai Weiwei, fino ai disegni di Cy Twombly e persino un’opera di Keith Haring recuperata dallo storico negozio di Fiorucci in Galleria (che ricordi, per chi c’era…). È un cortocircuito continuo tra discipline: dal design di Edra e Flos alle riflessioni fotografiche di Laura Pugno e Stefano Cerio sul ritiro dei ghiacciai, un tema che in un contesto olimpico invernale suona come un monito necessario. Unica pecca? Dura solo fino al 22 febbraio: peccato non aver allungato il periodo, visto lo sforzo espositivo.
Immagine di copertina: Casa Italia Milano Cortina 2026, installation view MUSA, Triennale Milano, ph.Pietro Savorelli (c) CONI