Alessandro Piangiamore a Lugano: La polvere ci mostra che la luce esiste alla Repetto Gallery
Un viaggio nella mostra di Piangiamore tra memoria, luce e materia: il racconto diretto della rubrica passenger dalla Repetto Gallery di Lugano
Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, la mia sveglia suona alle 6:00 del mattino. La rimando un paio di volte e, dopo circa quindici minuti, mi alzo. Disattivo la modalità sonno dal cellulare e inizio a guardare tutte le notifiche non lette del giorno prima. Gran parte sono mail, mail che rimando puntualmente a dopo colazione.
Direi che circa l’80% arriva da uffici stampa: inviti a mostre, opening, eventi annunciati da foto e comunicati che, ogni volta, sembrano raccontare un’occasione irripetibile. Mostre da non perdere, progetti da vedere assolutamente, appuntamenti che, se saltati, sembrano trasformarsi subito in occasioni mancate. E allora sì, un po’ di FOMO si accende. E insieme alla FOMO arriva anche quel dubbio ricorrente: Firenze è davvero la città giusta in cui vivere, oppure Milano sarebbe il vivaio in cui dovrei crescere? Perché sì, la maggior parte sono tutte nella città meneghina.
Resto dentro questa domanda anche stavolta, mentre leggo l’ennesimo messaggio di una responsabile di un noto ufficio stampa, a cui non ho risposto il giorno prima, che mi invita a una press preview tra due giorni. Spoiler: non andrò. Non perché non ne abbia voglia, né perché il progetto non mi interessi, ma semplicemente perché non ho più tutto quel tempo libero che avevo quando ero studente.
Oggi sono costretto a scegliere. Continuamente. Mi piacerebbe fare tutto, la mia indole sarebbe quella, ma la realtà è che mi ritrovo a rincorrere deadline e a fare sempre tutto di corsa. Quindi ho iniziato a scegliere. Ed è anche per questo che ho deciso di aprire questa rubrica su THE SAUCE, il magazine di Cottura Creativa.
Si chiamerà passenger, perché in queste righe sarò un passeggero qualunque e proverò a rendervi passeggeri dei viaggi che farò per vedere mostre, musei, istituzioni e realtà culturali con i miei occhi. Vorrei provare, nel mio piccolo, a invertire una tendenza piuttosto evidente nel mondo dell’arte contemporanea italiana: quella delle recensioni scritte senza aver davvero visto le mostre, costruite a partire dai soli comunicati stampa, che poi in certi casi vengono anche ricopiati integralmente sotto forma di articolo.
Detto questo, vedere tutto è impossibile. Ogni giorno ricevo tra le dieci e le venti mail con press kit e materiali stampa, e chi fa questo lavoro, sa che è la normalità. Per questo ho deciso di fare una selezione e di provare a raccontarvi ciò che vedo in due modi: uno in forma scritta, per chi ha piacere di leggere una storia, qui sul magazine e in forma video sulla nostra pagina Instagram, per chi preferisce ascoltare o guardare.
Sono felice di iniziare questa prima tappa di passenger con la nuova mostra di Alessandro Piangiamore alla Repetto Gallery di Lugano, in Svizzera, dove sono stato invitato dall’Ufficio Stampa Piera Cristiani. Un viaggio stampa organizzato in maniera meticolosa e una mostra che mi ha sinceramente sorpreso.
Era la prima volta che visitavo la Repetto Gallery, galleria fondata nel 1967 da Aurelio Repetto e da sempre caratterizzata da un approccio interessante, capace di alternare artisti storicizzati e contemporanei viventi. Una linea che oggi viene portata avanti con coerenza dai tre figli, dopo la scomparsa del padre. Ed è proprio parlando con uno dei tre, Carlo, mentre sorseggiamo champagne e usufruiamo del buffet preparato per noi del viaggio stampa, che emerge con chiarezza il loro desiderio di sostenere l’arte italiana anche fuori dai confini del nostro Paese, offrendo ai suoi artisti una visibilità internazionale.
Il cuore della mostra è il video Te lo prometterò, un titolo che contiene una contraddizione. È un lavoro che dura un’ora e quarantacinque minuti e si costruisce a partire da un’immagine statica che si ripete per 56 volte, ogni volta con una variazione. Il numero 56 corrisponde ai giorni che intercorrono tra l’inizio del progetto e la sua conclusione. Un immagine di una mano che con un dito prova ad afferrare un arcobaleno.
Il titolo nasce da un episodio personale: una frase pronunciata dal figlio dell’artista, “te lo prometterò papà”, che ha generato un cortocircuito semantico. La promessa, per sua natura, esiste nel momento in cui viene formulata; spostarla nel futuro la rende instabile, quasi impossibile. Te lo prometterò diventa così una promessa sospesa, ipotetica, forse destinata a realizzarsi, ma mai del tutto afferrabile. Esattamente come quell’arcobaleno.
Forse basterebbe già questo a farvi entrare nel senso della mostra, che si intitola La polvere ci mostra che la luce esiste. Un titolo che sembra dirci una cosa semplice e potentissima: abbiamo bisogno di prove fisiche, concrete, per credere a ciò che non possiamo afferrare direttamente. La luce, da sola, spesso non si vede. Ma la polvere che la attraversa la rende percepibile. E allora l’arte, per Piangiamore, sembra diventare proprio questo: un tentativo di dare forma a ciò che normalmente sfugge, di trattenere l’instabile, di rendere visibile l’invisibile.
L’intero percorso espositivo è attraversato da questa riflessione sulla luce, sulla sospensione e su quella zona opaca in cui le cose non si lasciano mai comprendere del tutto. C’è un legame continuo tra tensione, attesa e superstizione: come se sopra di noi ci fosse sempre qualcosa, una presenza, una possibilità, una minaccia o una promessa, senza che però sia mai davvero chiaro in che modo si manifesti. In questo senso, il lavoro di Piangiamore prende sul serio tutto ciò che è effimero, fragile, transitorio, e prova a trasformarlo in materia.
Entrando in galleria, si viene subito attratti da un’isola nera che taglia il pavimento. È Il cacciatore di polvere. Un’opera che si impone nello spazio con una forza silenziosa. È un’isola misteriosa, invalicabile, quasi un territorio separato. Il suo nero la rende ancora più enigmatica: sembra un luogo primordiale, un paesaggio lunare, un altrove che attrae e respinge allo stesso tempo.
Il perimetro dell’opera non può essere oltrepassato. E proprio questo limite amplifica il desiderio. Del resto, anche l’isola funziona così nell’immaginario: è un luogo che affascina esploratori e navigatori proprio perché custodisce qualcosa che non si conosce fino in fondo. Un tesoro, forse. O almeno una promessa di scoperta. Qui, al centro, quel desiderio si concentra anche intorno ai frutti canditi in vetro, che aumentano la tentazione di varcare quello spazio nero costruito con sabbia vulcanica e cenere dell’Etna, materiali profondamente radicati nella biografia dell’artista, cresciuto a Enna con il vulcano sempre presente nel suo orizzonte visivo.
Non voglio inventare nulla per rendere più vivace il racconto, ma vi assicuro che la tentazione di avvicinarsi troppo a quell’opera è reale. A un certo punto una giornalista, non una ragazzina alle prime armi ma una professionista con esperienza alle spalle, non resiste e tocca la cenere. Un gesto minuscolo, ma sufficiente a spezzare per un attimo l’equilibrio della narrazione costruita da Piangiamore nello spazio.
Mi ha colpito molto anche la storia che si nasconde dietro il desiderio di ricreare la canditura attraverso il cristallo. La canditura, infatti, è un processo che rende durevole ciò che per natura è destinato a deteriorarsi. È un tentativo di sottrarre qualcosa al tempo. E questo tentativo di cristallizzare il transitorio è uno dei nuclei più forti della ricerca dell’artista.
Queste sculture si intitolano Afterlife. Il titolo richiama una trasformazione concettuale che parte dalla tradizione della still life, la natura morta, per spostarsi verso qualcosa di diverso: non più soltanto ciò che è fermo o morto, ma ciò che continua a permanere oltre la sua vita originaria. Una sopravvivenza, una presenza che resiste. Quasi un fantasma della materia.
Opere come Il cacciatore di polvere introducono così una dimensione insieme rituale e autobiografica. I materiali legati all’esperienza personale, come le terre vulcaniche dell’Etna, danno forma a uno spazio non attraversabile che evoca l’origine, l’isola, l’infanzia, ma anche una condizione ambivalente fatta di attrazione e pericolo.
Perché la forza di Alessandro Piangiamore sta anche qui: nella capacità di costruire un racconto che tiene insieme materia e memoria, biografia e immaginario. La sensazione che ho provato dentro la mostra è stata quella di un lettore che entra in un romanzo ambientato in Sicilia, anche se in realtà ci troviamo a Lugano, all’estremo opposto. Eppure quello spazio riesce a proiettarti altrove, in un paesaggio familiare e insieme mitico, dentro uno spazio misterioso, affascinante e respingente allo stesso tempo.
A poco a poco si entra così in un racconto che parla di un padre e di un figlio, di una probabile promessa e della sua impossibilità, di un uomo che continua a cercare il modo di mostrare ciò che non si vede e di dare consistenza a tutto ciò che, per definizione, scivola via. Una storia attraversata da malinconia e tensione vitale, da desiderio di trattenere e consapevolezza della perdita.
È quello che accade anche nella malinconica serie Qualche uccello si perde nel cielo, immagini che mi hanno provocato una sensazione ambigua di attrazione e soffocamento. Guardandole mi sono chiesto: com’è possibile perdersi proprio nel luogo che associamo alla massima libertà? Forse la risposta sta nel fatto che neppure la libertà mette al riparo dal rischio di scomparire, di dissolversi, di passare.
Ed è proprio questa transitorietà a tenere insieme molte delle opere in mostra. Una transitorietà che chiama in causa sospensione, suspense e superstizione. Non a caso uno dei riferimenti evocati dallo stesso Piangiamore per la mostra è proprio il filosofo Georges Didi-Huberman, autore di La conoscenza accidentale, e in particolare del capitolo La polvere in sospensione, che ha ispirato Piangiamore anche nella scelta del titolo della mostra. La polvere, in questo senso, non è solo una materia minima: è ciò che rende visibile una presenza altrimenti impercettibile, ciò che permette alla luce di manifestarsi.
Questo primo viaggio di passenger finisce qui.
Vi invito ad andare a vedere con i vostri occhi La polvere ci mostra che la luce esiste di Alessandro Piangiamore, aperta alla Repetto Gallery di Lugano fino al 26 giugno 2026.
Immagine di copertina: Alessandro Piangiamore, Te lo prometterò, 2025, Still da video, 1h 44m 43s
Alessio Vigni, nato nel 1994. Progetta, cura, scrive e si occupa di arte e cultura contemporanea.
Collabora con importanti musei, fiere d'arte, organizzazioni artistiche. Come curatore indipendente, lavora principalmente con artisti emergenti. Recentemente ha curato "Warm waters" (Roma, 2025), "SNITCH Vol.2" (Verona, 2024)e la mostra "Dialoghi empatici" (Milano, 2024). La sua pratica curatoriale indaga il rapporto tra il corpo umano e le relazioni sociali dell'uomo contemporaneo.
Scrive per diverse riviste specializzate ed è autore di cataloghi d'arte e podcast. Per Psicografici Editore è coautore di SNITCH. Dentro la trappola (Roma, 2023). Dal 2024 è membro dell'Advisory Board di (un)fair.