L’arte non basta più (e forse non è mai bastata)
Alla Galleria Deloitte, tra moda, fondazioni e grandi nomi, si parla di sistema. Ma fuori da quel sistema, oggi, gli artisti fanno fatica anche solo a esistere.
Ci sono luoghi a Milano che ti costringono a fermarti, anche solo per qualche minuto, a guardare e ad ascoltare. La Galleria Deloitte, ex chiesa di San Paolo Converso, è uno di quelli. Ci ero già stato anni fa, quando ospitava uno studio di architettura, e me la ricordavo potente, quasi silenziosa, ma entrarci durante questo evento è stato diverso: più pieno, più costruito, quasi teatrale. Dentro, opere che dialogano con lo spazio, tra cui Liturgica di Giuseppe Lo Schiavo, giovane artista invitato a intervenire nel contesto della Galleria, in un’operazione che restituisce bene il senso più concreto del mecenatismo contemporaneo: quando un’istituzione decide non solo di ospitare, ma di produrre e sostenere. Al centro di quel luogo, trova spazio Capita Aurea di Fabrizio Plessi, una testa imperiale che si dissolve lentamente in oro liquido, e che crea in chi la osserva una sensazione ipnotica e di sospensione. E poi il pubblico, i relatori, i panel, un pomeriggio orchestrato con precisione, in cui tutto sembra avere un suo posto.
Tutti parlano di sistema. Ma il sistema per chi è?
“Mecenati di moda” è, almeno sulla carta, esattamente quello che serve oggi: un tentativo concreto di mettere insieme moda, arte, impresa, fondazioni e capire davvero dove stiamo andando. I dati presentati da Deloitte lo confermano senza troppe ambiguità: il 66% delle aziende promuove iniziative artistiche e culturali, e più della metà lo fa in modo continuativo, segno che non si tratta più solo di comunicazione o di posizionamento, ma di una struttura che si sta costruendo e che, almeno in parte, funziona.
Senza qualcuno che paga, l’arte non esiste
Questa sensazione emerge chiaramente anche ascoltando gli interventi. Michelangelo Pistoletto, a un certo punto, lo dice in modo molto diretto: “Non esiste nulla che non abbia avuto qualcuno che l’ha sostenuto e realizzato. L’arte da sola fatica ad esprimersi.” E poi aggiunge: “L’abito è la seconda pelle. L’abitare è la terza.” Come a dire che tutto è parte di un sistema più grande, in cui estetica, funzione e vita quotidiana si intrecciano continuamente.
Milano funziona benissimo. Forse è proprio questo il problema
Gli interventi scorrono, e tutto torna, forse anche troppo bene. Giovanni Bonotto racconta una fabbrica che diventa spazio creativo e dice che “gli artisti ci hanno dato gli occhiali della fantasia”. Antonio Marras entra nel processo e lo riduce all’essenziale: “Il processo è lo stesso. Cambiano i materiali.” Beatrice Trussardi, forse la più diretta, lascia cadere una frase che resta lì: “Milano è un po’ bulimica.”
Ed è proprio in quel momento che qualcosa si apre davvero. Perché sì, Milano funziona, produce, organizza, mette insieme mondi diversi, ma allo stesso tempo rischia di diventare un sistema che si autoalimenta, che continua a crescere su sé stesso senza interrogarsi davvero su cosa manca.
Nel discorso manca sempre qualcuno: gli artisti
Eppure, mentre tutto funziona, mentre tutto si incastra, a un certo punto inizi a sentire che manca qualcosa. E la domanda è semplice: dove sono gli artisti oggi? Non quelli già affermati, non quelli seduti sul palco, ma quelli che stanno provando a diventarlo.
Perché la realtà, fuori da questi contesti, è molto meno elegante di quella raccontata qui dentro. Un artista oggi fatica a produrre, fatica a trovare spazi, fatica a intercettare fondazioni, fatica a trovare qualcuno che investa davvero su di lui e soprattutto non ha un percorso.
Negli altri settori esistono sistemi, incubatori, programmi, acceleratori, esistono strutture che accompagnano i talenti nel tempo. Nel mondo dell’arte no, o meglio, esistono iniziative, residenze, progetti, ma sono spesso frammentate, episodiche, non costruiscono continuità e non portano davvero da nessuna parte, se non a un’altra occasione simile.
Il mecenatismo esiste. Il sistema no
Si parla molto di mecenatismo, ed è giusto farlo, ma la verità è che oggi il mecenatismo sistemico non esiste, o esiste troppo poco per fare davvero la differenza. E questo crea uno squilibrio evidente, perché mentre la moda costruisce strutture sempre più solide, sempre più consapevoli, l’arte contemporanea, quella viva, quella fragile, quella che dovrebbe generare il futuro, resta scoperta, senza una rete reale che la sostenga nel tempo.
L’arte serve alla moda. Ma a chi serve davvero questo scambio?
E forse è proprio qui che il discorso cambia davvero.
Perché va bene parlare di mecenatismo, va bene parlare di fondazioni, di sostegno, di cultura, ma è abbastanza evidente che oggi il rapporto tra moda e arte non è più solo una questione culturale, è diventato qualcosa di molto più strategico.
La moda ha bisogno dell’arte. Non solo perché è bello dirlo, ma perché serve. Serve a posizionarsi, serve a costruire un racconto che vada oltre il prodotto, oltre il marketing puro, che ormai da solo non regge più. L’arte dà profondità, dà senso, dà quella dimensione che altrimenti rischia di mancare.
E allo stesso tempo l’arte ha bisogno della moda, perché senza qualcuno che investe davvero, produrre oggi è sempre più difficile.
Il punto è che questo scambio non è così neutrale come sembra.
Perché molto spesso il sostegno arriva quando serve, quando è utile, quando è coerente con un progetto, con una visibilità, con un momento preciso. Ma raramente diventa qualcosa che accompagna davvero nel tempo, qualcosa che costruisce un percorso.
E allora la domanda, anche qui, torna sempre la stessa: stiamo parlando di sostegno all’arte, o di un sistema che utilizza l’arte quando gli serve?
Il problema non è l’evento. È il Paese
Perché qui non si tratta solo di un evento ben riuscito. Si tratta di un sistema.
L’Italia è il paese dell’arte, il paese della moda, abbiamo la Biennale, abbiamo un patrimonio unico, una storia che nessuno può replicare, eppure non riusciamo a costruire un percorso reale per chi quell’arte dovrebbe farla oggi, non in modo continuo, non in modo strutturato, non in modo accessibile.
Uscendo da San Paolo Converso, la sensazione resta doppia, da una parte un sistema che si racconta bene, che cresce, che investe, che si organizza, dall’altra un vuoto, quello tra chi parla di arte e chi prova a viverci dentro davvero.
La domanda che resta (e che nessuno ha fatto)
Non è più chi sostiene l’arte, ma chi sta costruendo davvero le condizioni perché gli artisti possano esistere.
Perché una cosa è certa: l’arte da sola non basta, ma senza artisti non basta nemmeno tutto il resto.