Il caso Vanessa Beecroft: arte, sessismo e spettacolarizzazione del corpo femminile

Tutto sull’artista italiana tra cancel culture, collaborazioni con Kanye West e accuse di oggettivazione nelle sue opere

19.03.26

“Martirio per procura”; così si potrebbe definire il lavoro di Vanessa Beecroft, famosa per le sue performance che coinvolgono un gruppo di donne quasi sempre svestite o seminude, disposte in coreografie immobili che durano ore. Statue contemporanee chiamate a reggere sulle proprie spalle il peso di una cultura patriarcale e capitalistica, della quale la Beecroft ne è forse la portatrice inconsapevole.

Nata a Genova, cresciuta sul Lago di Garda, laureata a Brera e poi consacrata sulla scena internazionale, Vanessa Beecroft è ad oggi una delle artiste italiane più note al mondo. Il suo curriculum è impressionante: con performance realizzate nei più importanti musei al mondo. Ma dietro questa cornice di legittimazione e imborghesimento, sembra celarsi una dinamica di pressione, oggettivizzazione, nella spasmodica ricerca di una reazione da parte del pubblico.

Tutte queste problematiche sono emerse con evidenza, davanti a me, qualche mese fa a Venezia, durante la presentazione del suo ultimo libro Jane Bleibt Jane. In dialogo con Lorenzo Marsili, direttore del Berggruen Institute Europe, Beecroft ha dato vita a un’intervista profondamente disagevole. Le domande, già di per sé accomodanti, ricevevano risposte evasive, circolari, spesso chiuse da risposte sterili. E anche quando è intervenuto il pubblico, l’atteggiamento non è cambiato: evitare il nodo centrale, non esporsi mai troppo.

Il martirio bianco

Il suo “martirio bianco” trova una delle espressioni più emblematiche nell’opera VBSS.002: una fotografia che ritrae Beecroft stessa come una Madonna immacolata mentre allatta due gemelli sudanesi. Curatrice e madre simbolica, ma anche colonizzatrice, Beecroft sembra autoproclamarsi capro espiatorio dell’intera razza bianca, con l’obiettivo dichiarato di “triggerare” lo spettatore. L’intento riesce, senza dubbio: l’opera provoca rabbia, repulsione, indignazione. Ma oltre allo shock, cosa resta? Ed è forse proprio questo il problema centrale della sua pratica: un’arte che, pur smontando e sessualizzando corpi femminili, non costruisce alcun discorso alternativo.

Questo vuoto diventa l’emblema di un processo creativo che sembra procedere per inerzia e per desiderio di visibilità che per necessità concettuale. Fare le cose tanto per farle.

Va detto però che, sebbene durante l’incontro Beecroft non abbia mai chiarito davvero le ragioni del suo lavoro, online si trovano spiegazioni sicuramente più articolate. Le sue opere vengono presentate come una critica agli eccessi della moda e della pubblicità, un tentativo di riflettere sullo sfruttamento e sull’oggettivazione del corpo femminile, intrecciando il tutto con esperienze personali, come l’anoressia. La critica, però, può risultare ambigua per la de-resposabilizzazione che l’artista applica, delegando il tutto a modelle e performer e ad un imponente apparato di produzione.

La cancellazione americana

Capire l’arte di Beecroft sembra essere un diletto solo per noi bianchi europei, possibilmente italiani. Da quando vive a Los Angeles, infatti, l’artista si definisce “vittima” di una cancel culture, che le impedisce di essere creativa e di praticare liberamente. Noi italiani, al contrario, saremmo più predisposti a riconoscere nelle sue donne, dei quadri o delle sculture. Anche se è vero che in Italia viene data molta rilevanza a Beecroft, detta così sembra quasi un’accusa; come se noi italiani fossimo fermi al culto “del bello e del basta”.

E in America invece? Gli americani sembrano non sopportare Vanessa Beecroft. È purtroppo difficile, però, dar loro torto: vedere corpi di donne nere, nude e immobili, collocati dentro un museo da una donna bianca europea, non può che evocare una violenza storica reale, anche se ben nascosto sotto il termine “critica”.

A complicare ulteriormente il quadro è il rapporto di Beecroft con Kanye West: negli ultimi anni l’artista ha collaborato a numerosi progetti legati a Yeezy, ha diretto sfilate, video e persino il matrimonio con Kim Kardashian. Una simbiosi estetica evidente della quale parleremo più approfonditamente dopo.

Perché io e non tu?

Può aver rivestito il ruolo di capro espiatorio in passato; ma ora, Vanessa Beecroft è la rappresentazione del “far fare tutto agli altri”.

Il collettivo femminista Toxic Titties (rispettivamente Julia Steinmetz, Heather Cassils e Clover Leary) si è infiltrato all’interno della performance VB46 per raccontare le condizioni delle modelle.  Il loro reportage è stato fondamentale per comprendere le pratiche interne: donne nude, sottoposte a lunghe ore di preparazione che includevano depilazione, decolorazione e sessioni fotografiche estenuanti, fino alla performance vera e propria.

E in tutto questo, a detta del collettivo, Beecroft non era presente. Il controllo era esercitato a distanza, tramite un team di produzione, permettendole di mantenere una facciata pulita e distante, eludendo ogni responsabilità emotiva che avrebbe potuto mettere in discussione il suo processo creativo.

Questa è proprio la critica che le viene mossa più spesso, ossia il suo non compiere mai azioni attive nelle proprie performance, come hanno fatto storicamente grandi performer come Marina Abramović o Yoko Ono.

Qui però c’è un motivo: Beecroft pare non essere ancora pronta a confrontarsi davvero con se stessa, preferendo osservare e far emergere sé attraverso gli altri. L’artista non ha infatti problemi a identificarsi con persone di diverse etnie, arrivando addirittura a pensare di avere origini africane, giustificando così il suo “lavorare così bene con gli afroamericani”.

Le “donne enormi” di Ye

Se il personaggio di Vanessa Beecroft non ci pare già abbastanza controverso così com’è, aggiungiamo un po’ di Kanye West alla storia.

Ye, che negli ultimi anni si è fatto notare per i suoi tweet filo-nazisti, ha instaurato un rapporto collaborativo molto stretto con l’artista italiana. Beecroft ha realizzato il video di Runway, molte sfilate di Yeezy, ha diretto il matrimonio con Kim Kardashian e persino il documentario su Bianca Censori, potenziale vittima di soprusi e controllo da parte dell’ex marito. Kanye la chiama praticamente per ogni progetto, trovando in lei una sua versione alternativa.

Questo rapporto si è poi andato a sviluppare con la direzione della campagna di Skims, anche se Kim Kardashian ormai non ci parla più con la Beecroft dopo che quest’ultima ha affermato in un’intervista di essere influenzata “dall’‘eleganza della povertà’” e di organizzare i soggetti in base al “tono della pelle”.

Durante l’intervista alla quale ho assistito, inoltre, Vanessa Beecroft, riferendosi al suo lavoro per Skims, afferma di non essere abituata a lavorare con “corpi così enormi”, con tanto di gesto per delinearne la forma.

Una ciliegina finale che ha poi portato, da parte del pubblico, una domanda più ovvia che lecita “perché le modelle sono tutte canonicamente belle e magre?” Anche qua ci è stata donata una risposta un po’ spiccia, nonché universale “le mie modelle sono normali, mi ricordano magari un po’ me”.

A questo punto, è inevitabile interrogarsi su quanto valore possa avere un’arte che si fonda su dinamiche così oggettivanti e disumanizzanti; devota al ricco, perfettamente integrata nei meccanismi del capitalismo, capace di far discutere ma incapace di generare un cambiamento reale.

Mi spaventa pensare che, dietro la retorica della provocazione, ci sia semplicemente il piacere di osservare corpi nudi esposti per ore nelle sale dei musei e che Beecroft, in cambio di fama e denaro, abbia accettato questo patto, pur restando sempre vestita e nascosta.

Il bello, quando diventa geometrico, puro, ma al contempo tossico, smette di essere arte e si trasforma in consumo estetico di un trauma, rielaborato e riproposto in maniera recidiva.

Martina Fiori (Ravenna, 2002) è una visual artist e content creator. Vive a Venezia, dove studia allo IUAV. Nel 2022 fonda Arte Nvda, progetto che unisce ricerca e comunicazione. Lavora tra video, estetiche pop e sperimentazione, dialogando con cultura digitale, Gen Z e immaginario queer

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