Intervista a Christopher Rothko: "La mostra a Firenze è il sogno di mio padre"
A Palazzo Strozzi la grande retrospettiva su Mark Rothko raccontata dal figlio Christopher: il legame con Beato Angelico e l'eredità spirituale del maestro.
Il pomeriggio a Firenze in cui ho incontrato Christopher Rothko, figlio sessantaduenne del grande Mark Rothko, è punteggiato di scrosciate di pioggia e squarci di luci. C'è una luce densa, una di quelle che Mark Rothko avrebbe probabilmente studiato per ore, cercando di capire dove finisce il giallo e dove inizia il riverbero del marmo. Christopher è in città per presentare “Rothko a Firenze”, la grande mostra a Palazzo Strozzi, che ha curato con Elena Geuna. È un’esposizione speciale: con 70 opere, tra cui importanti prestiti, è tra le più ampie mai dedicate all’artista, maestro dell’Espressionismo Astratto americano. Il percorso si estende inoltre in due commoventi “appendici” esterne, in luoghi particolarmente amati da Mark Rothko: il Museo di San Marco, la “casa di Beato Angelico”, e la Biblioteca Medicea Laurenziana, progettata da Michelangelo. Christopher Rothko, psicologo, esperto di musica, cantante in un coro professionista e fine esegeta del padre, mi accoglie con la cortesia composta di chi ha passato la vita a proteggere un’eredità immensa e, al tempo stesso, con l’umiltà di un figlio che cerca ancora le tracce del padre tra le pieghe del colore.
Siamo nelle sale rinascimentali di Palazzo Strozzi per l’inaugurazione di quella che lui definisce, senza mezzi termini, «la mostra dei sogni di Mark Rothko». Non è una frase fatta da ufficio stampa, ma una confessione che arriva dopo anni di lavoro e una vita intera dedicata a decifrare il silenzio di un uomo che è stato «maestro dello spirituale nell’arte, gigante dell’arte moderna». Christopher osserva in silenzio una delle grandi tele. «Quando Mark Rothko morì togliendosi la vita avevo soltanto sei anni, e i miei ricordi tangibili, privati, sono ovviamente pochissimi, ma porterò sempre dentro di me l’eredità spirituale di un uomo che, per tutta la sua esistenza, è stato profondamente intrecciato alla propria opera».
Mentre camminiamo tra le sale che fino al 23 agosto riuniscono oltre quattro decenni di lavoro del grande filosofo della pittura astratta, Christopher si ferma. E dice: «È l’ultima che curerò in questo modo, con questo coinvolgimento. Qui c’è tutto. Sono sicuro che lui ci stia guardando da lassù — aggiunge con un sorriso — e penso che sarebbe molto felice».
L'idea di questa retrospettiva, firmata insieme a Elena Geuna dopo un lavoro di ricerca durato cinque anni, nasce da una visione precisa: «Volevamo mostrare l'arte di Rothko nella sua interezza e, allo stesso tempo, collocarla in un contesto che per lui era fondamentale: la tradizione artistica europea. Non volevamo soltanto organizzare una retrospettiva cronologica, ma raccontare il dialogo che mio padre ha sempre avuto con l'arte del passato, e in particolare con la città di Firenze, che ha visitato due volte».
La prima nel 1950, con pochi soldi in tasca e la moglie incinta della primogenita Kate: si racconta che rimase al Museo di San Marco, incantato dagli affreschi di Beato Angelico, fino alla chiusura, per poi tornarci il giorno successivo.
Poi di nuovo nel 1966, durante un Grand Tour in Italia, quando era ormai un artista affermato. In quell’occasione visitò la Biblioteca Medicea Laurenziana: è lui stesso a raccontare come, mentre lavorava a una delle sue opere più celebri, i Seagram Murals, quello spazio chiuso e quasi soffocante sia stato per lui una fonte di ispirazione.
Con Christopher ripercorriamo la biografia del padre: Markus Rotkovič – questo il suo vero nome all’anagrafe - nasce nel 1903 a Dvinsk, nell'allora Impero Russo, da una famiglia laica ebrea. È l’unico a frequentare la scuola talmudica. «Spettarono a lui le preghiere alla morte del padre: era solo un bimbo di dieci anni, credo sia stata l’ultima volta che le ha recitate», mi dice il figlio. In quella frase c’è forse il seme di tutta la sua ricerca: un senso del sacro che prescinde dal rito, un’ansia di trascendenza che non trova pace nelle parole ma nella vibrazione dello spazio.
Eppure, molti pensano che Rothko sia nato come artista astratto. Christopher scuote la testa: «In realtà il suo percorso fu molto più complesso. Negli anni Trenta, come vediamo anche in mostra a Palazzo Strozzi, dipinse scene urbane, interni, figure umane, ma già allora l'obiettivo non era il realismo: il suo obbiettivo, il suo fuoco sacro è sempre stato lo spazio, il modo in cui l'esistenza vibra nell'ambiente». Insegna arte ai bambini della Brooklyn Jewish Center School, «un lavoro che adorava visceralmente», e proprio da quell'essenzialità infantile inizia a semplificare. A metà degli anni Quaranta matura lo stile che conosciamo: campiture irregolari di colori intensi, i Multiforms.
Per Rothko, conferma Christopher, i maestri italiani non erano figure polverose: «Sentiva di dialogare con quegli artisti quasi come fossero colleghi in carne ed ossa. Solo allora, dopo i viaggi in Italia, comprese quanto lo spazio architettonico potesse essere emotivamente potente: non creare immagini da guardare, ma spazi e architetture mentali in cui entrare. L'architettura lo ossessionava».
Mentre ammiriamo gli schizzi e gli studi preparatori esposti in mostra, Christopher mi corregge su un luogo comune: «Il colore è solo uno degli strumenti, non l'elemento primario come fino a oggi si è sempre detto. Il fine ultimo della sua pittura è sempre stato quello di costruire uno spazio credibile, uno spazio emotivo di cui gli spettatori entrassero a far parte, completando l'opera».
Christopher ricorda allora un episodio legato ai Seagram Murals: quando l’artista capì che sarebbero finiti in un ristorante di lusso (il Four Seasons, che di fatto aveva commissionato il lavoro), ritirò i quadri e restituì il compenso: «Sentiva che quei dipinti erano pensati per luoghi di contemplazione, quasi come templi, non per uno spazio mondano». Oggi una parte di quella produzione è, per volontà dell’artista, in una sala da lui concepita alla Tate di Londra.
Mentre ci avviamo verso l'uscita, Christopher mi ricorda l’importanza del silenzio e del contatto fisico con la tela: l’arte di Rothko è un’esperienza intima da vivere di persona. Il percorso a Palazzo Strozzi, che potremmo definire cronologico-cromatico, inizia con il suo autoritratto “stile Rembrandt", procede con le opere figurative e surrealiste e poi con i Multiforms, pima dai toni arancio e giallo accesi, poi verde-blu, per poi passare al granata-porpora degli anni Sessanta e al "black and grey" degli ultimi anni, fino alle opere su carta, tenui e disarmanti. «Era il suo ‘not nothing’, una fine che non è una fine», conclude Christopher Rothko.
Immagine di copertina: Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Milanese, giornalista professionista, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates.