Jago Museum: il museo d’artista che sta cambiando le regole?
Da Napoli a Capri, il progetto di Jago supera l’idea di esposizione permanente e apre una riflessione sul futuro dei musei monografici, tra arte, territorio e visione imprenditoriale.
Che cosa accade quando un artista non si limita più a esporre le proprie opere, ma costruisce un museo attorno alla propria visione?
Nel panorama dell'arte contemporanea esistono numerosi musei monografici dedicati agli artisti, ma più raramente accade che sia l'artista stesso a dare vita a una struttura capace di evolvere, espandersi e dialogare con territori differenti. È proprio questa la sfida dello Jago Museum.
Nato nel 2023 all'interno della chiesa di Sant'Aspreno ai Crociferi a Napoli, il progetto ha rapidamente superato la dimensione della semplice esposizione permanente, trasformandosi in un caso di studio interessante per il sistema culturale contemporaneo. In poco più di due anni il museo ha accolto oltre 200.000 visitatori, dimostrando come il lavoro di un artista possa diventare il punto di partenza per la costruzione di una vera e propria istituzione culturale.
L'apertura della nuova sede di Capri, ospitata negli spazi di Villa Lysis, segna un ulteriore passaggio in questa evoluzione. Non si tratta però di una semplice estensione del museo napoletano. Se a Napoli il progetto ha intrecciato arte contemporanea, patrimonio storico e inclusione sociale, a Capri entra in dialogo con uno dei luoghi più affascinanti e simbolici dell'isola, antica dimora del barone Jacques d'Adelswärd-Fersen e storico rifugio di artisti, scrittori e spiriti anticonformisti.
Lo Jago Museum sembra così avvicinarsi a un modello ancora poco esplorato nel panorama italiano: quello del museo d'artista come "brand culturale", una realtà riconoscibile che mantiene una propria identità pur adattandosi ai luoghi che la ospitano. Un format che pone interrogativi interessanti sulla sostenibilità, sulla replicabilità e sul futuro delle istituzioni culturali nate attorno alla figura di un singolo autore.
In occasione dell'inaugurazione dello Jago Museum Capri abbiamo incontrato Jago per riflettere sulle sfide di questo progetto, sul rapporto tra arte e territorio e sulla possibilità che un museo d'artista possa diventare qualcosa di più: una piattaforma culturale in continua evoluzione.
Quando hai iniziato a immaginare il primo Jago Museum a Napoli, pensavi già che potesse diventare un progetto replicabile in altre città?
Anche oggi, a distanza di qualche anno, non considero lo Jago Museum un format realmente replicabile. Bisogna prima di tutto capire dove si porta il progetto, perché non si tratta di qualcosa che può essere semplicemente copiato e incollato da un luogo all’altro.
Alla base di ogni museo ci sono le persone: l’umanità, la sensibilità e la capacità di chi lo coordina e di chi se ne prende cura nel tempo. A questo si aggiunge il valore fondamentale dei luoghi che lo ospitano e delle opere che immagino per quegli spazi specifici.
Ogni sede ha una propria identità, le proprie criticità e una propria dimensione umana. A Capri, ad esempio, ci sono diverse persone che partecipano al progetto e che contribuiranno a determinarne il successo.
Per questo non penso in termini di “replicabilità”, ma di progetti autonomi che condividono lo stesso nome, la stessa qualità e lo stesso amore. Sono realtà distinte, profondamente legate ai territori che le accolgono, ma allo stesso tempo connesse tra loro da una visione comune.
In che modo la sede di Capri dialogherà con quella di Napoli? Sarà una semplice estensione del museo esistente o avrà una propria identità e una propria programmazione?
La sede di Capri sarà collegata a quella di Napoli, così come lo saranno tutte le future sedi dello Jago Museum. Allo stesso tempo avrà una propria identità e una propria programmazione, perché si tratta di luoghi diversi che si alimentano della dignità e delle caratteristiche del territorio che li ospita.
Le opere che vivranno a Villa Lysis hanno una dimensione differente rispetto a quelle allestite a Napoli, anche dal punto di vista della trasportabilità e della logistica. Fare le cose su misura del luogo che le accoglie è sempre la scelta migliore.
Il dialogo tra le due sedi esiste soprattutto sul piano organizzativo e gestionale. Il coordinamento è affidato ai ragazzi della Cooperativa La Sorte, che già seguono il museo di Napoli e che supportano e coordinano il personale impegnato nella gestione quotidiana della sede di Capri.
Le tue opere sono nate in momenti molto diversi della tua vita, spesso legate a esperienze, riflessioni e sfide personali. Che effetto ti fa vederle oggi convivere all'interno dello stesso museo? Ci sono emozioni o consapevolezze nuove che hai maturato osservando insieme questo percorso?
Vedere tutte le mie opere insieme è una delle cose che mi dà più soddisfazione, perché sono inevitabilmente collegate l’una all’altra. Mentre ne realizzo una, infatti, ho già la testa a quella successiva.
Ritrovarle oggi nello stesso spazio, all’interno di un dialogo nuovo che magari esisteva soltanto nella mia testa, mi aiuta a comprendere meglio perché le ho realizzate in determinati momenti della mia vita. Dietro ognuna c’era un’intuizione a cui ho scelto di dare fiducia, e che poi si è trasformata in un gesto diventato opera.
Vederle tutte insieme mi dà fiducia e mi permette anche di capirle meglio. Probabilmente ho iniziato a crearle, forse inconsapevolmente, immaginandole già in relazione tra loro, all’interno di uno spazio comune.
Non so se questa sia la lettura giusta e non so cosa riuscirò a dire nel tempo, ma oggi vedo che funziona: le opere hanno una loro dignità, riescono a stare in relazione tra loro e, oltre a raccontare singolarmente una storia, partecipano coralmente al significato delle altre.
Com’è nata e come si svilupperà la proposta allestitiva delle opere all’interno (e all’esterno) dello Jago Museum di Capri?
Qui a Capri abbiamo iniziato con un numero di opere relativamente limitato: sei lavori esposti, a cui si aggiungono altre otto opere attualmente in fase di realizzazione nel mio studio.
Lo studio si trova all’interno dello stesso complesso espositivo, ma in uno spazio normalmente non accessibile al pubblico, che in alcune occasioni potrà essere visitato quando non sarò al lavoro. Questa scelta rappresenta un’evoluzione di ciò che accadeva a Napoli, quando il mio laboratorio era ospitato nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi e i visitatori potevano spiarmi dal buco della serratura mentre lavoravo alla Pietà o ad altre sculture.
Qui il concetto si sviluppa ulteriormente: durante la visita sarà possibile osservare e “sbirciare” i lavori in corso che realizzerò durante la mia permanenza a Capri.
I tre piani di Villa Lysis saranno interamente dedicati all’esposizione delle opere. Ogni sala possiede una propria identità e il progetto è stato pensato per essere rimodulato nel tempo, ampliato e trasformato. Già oggi, infatti, sto lavorando alle opere che saranno esposte il prossimo anno.
All’interno del museo ci sarà anche una sala cinema dedicata al racconto della nascita del museo e della storia di Villa Lysis.
All’esterno, nel grande parco affacciato sul mare, abbiamo installato nel tempietto il bronzo della David, che rivolge il proprio sguardo verso Marina Grande e verso Capri.
Dietro al successo di un museo non c'è soltanto una visione artistica, ma anche un importante lavoro organizzativo, gestionale ed economico. Quali sono le maggiori sfide che hai riscontrato nel mantenere vivo e sostenibile un progetto come lo Jago Museum?
Questo è stato probabilmente il progetto più ambizioso e complesso che abbiamo mai affrontato, soprattutto dal punto di vista logistico. Il paradosso è che molte delle difficoltà che immaginavamo sono state superate grazie al supporto della struttura comunale e di alcune figure chiave che ci hanno accompagnato dall’inizio alla fine di questo anno di lavoro.
Abbiamo trovato persone capaci di trasformare le idee in realtà in tempi molto rapidi: grandi professionisti, ma soprattutto uomini e donne del fare, che non si sono mai tirati indietro e che hanno fatto squadra fin dal primo giorno.
Questo conferma una cosa che ho imparato negli anni: risultati di questo tipo si ottengono soltanto attraverso un lavoro corale e circondandosi di persone che condividono una visione e possiedono le competenze per realizzarla.
A Capri abbiamo incontrato professionisti straordinari e un territorio capace di raggiungere risultati che sembrano quasi impossibili per rapidità e qualità. Sono sinceramente sorpreso dalle tempistiche con cui siamo riusciti a portare a termine questo progetto.
Naturalmente rimane sempre fondamentale la capacità di mantenere una visione imprenditoriale chiara. In questo caso ogni soggetto coinvolto ha lavorato con grande responsabilità e intelligenza: dal Comune agli architetti, dagli allestitori ai grafici, dai tecnici ai trasportatori, fino a tutti coloro che hanno contribuito concretamente alla realizzazione del museo.
Fino ad oggi lo Jago Museum è stato soprattutto il luogo in cui raccontare il tuo percorso artistico. In futuro immagini che possa diventare anche uno spazio aperto ad altri artisti, trasformandosi in una piattaforma culturale capace di generare nuovi dialoghi e collaborazioni?
Sicuramente è un’idea che porto nel cuore da sempre. Creare una piattaforma come lo Jago Museum e riuscire a metterla a disposizione dell’arte, facendola diventare un palcoscenico anche per chi desidera entrare in relazione con gli spazi e con le opere che abitano le diverse sedi del museo, è un progetto che ho in mente da molto tempo.
In realtà questo processo è già iniziato. Nei prossimi mesi ospiteremo un primo evento che va proprio in questa direzione e che potrebbe rappresentare l'inizio di un format destinato a crescere nel tempo.
Mi auguro che tutto questo possa arricchire ulteriormente l’esperienza del pubblico e portare nuove occasioni di confronto, ispirazione e scoperta per le tante persone che visitano le sedi dello Jago Museum.
Con l'apertura di nuove sedi, come quella prevista ad Anagni, lo Jago Museum sembra configurarsi come un progetto destinato a crescere nel tempo. Ritieni che questo modello possa diventare un esempio replicabile per altri artisti contemporanei, sia dal punto di vista culturale che da quello economico?
Io sono convinto che qualsiasi cosa possa essere replicata. Il punto, però, è che chiunque voglia fare qualcosa di simile a ciò che abbiamo fatto noi dovrebbe partire da sé stesso, per creare qualcosa di nuovo. E mi auguro che riesca a farlo anche meglio.
Ho sempre pensato che ciò che realizziamo debba diventare un punto di partenza per gli altri. Spero quindi che questo progetto possa essere d’ispirazione e che qualcuno possa raccoglierne l’eredità, sviluppandola ulteriormente. In fondo un museo è il tentativo di custodire e preservare un’idea di bellezza, e per questo ben vengano tutti i musei che si potranno realizzare.
La mia soddisfazione più grande, però, sta nel fatto che lo Jago Museum sia un luogo accessibile e vivo, dove le opere possono essere conosciute attraverso le persone che lo abitano. Penso, ad esempio, alla Cooperativa La Sorte di Napoli, che oggi conta più di quaranta ragazzi impegnati nel museo. Ognuno di loro porta il proprio talento, la propria personalità e la propria esperienza nelle visite che accompagnano il pubblico.
Questo crea una relazione autentica: nessuno dei nostri visitatori viene lasciato solo, ma viene accompagnato lungo il percorso espositivo. La cosa più speciale è che ogni persona coinvolta è unica e contribuisce con le proprie qualità a questo progetto chiamato Jago Museum.
Anche a Capri ci muoveremo nella stessa direzione e con la stessa energia, cercando di far conoscere un territorio straordinario in modo diverso, andando oltre un turismo veloce che spesso si limita alla piazzetta e a una fotografia. Capri merita attenzione, cura e tempo.
Alla fine, ciò che mi rende davvero felice sono gli esseri umani che ho la possibilità di incontrare lungo questo percorso.
Tommaso Zijno è curatore, project manager e professionista della comunicazione culturale. Nato a Roma nel 1989 e laureato in Scienze storico-artistiche, ha curato mostre e progetti espositivi in spazi istituzionali e indipendenti, collaborando con artisti come JAGO, Alessandro Calizza e Bruno Melappioni. Dal 2020 lavora come project manager per JAGO e ha seguito progetti come JAGO – PIETÀ nella Chiesa degli Artisti di Roma. È co-fondatore di SA.L.A.D. – San Lorenzo Art District e di NAW – New Art Way Ltd., realtà nata per connettere arte contemporanea, brand e pubblico. Da oltre dieci anni lavora anche nell’ambito editoriale e della comunicazione, affiancando alla curatela un’attività continuativa come redattore, content manager e social media manager.