Io c’ero. Intervista a un angelo del fango

Mario Pantano racconta Firenze nei primi giorni di novembre del 1966: i libri strappati al fango, le case da liberare, i ricordi restituiti a chi aveva perso tutto.

03.11.26

Durante la preparazione della mia tesi triennale, tra il 2016 e il 2017, ho passato molto tempo alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Studiare lì significava, per me, avere un rapporto diretto con pezzi della nostra storia. Libri e volumi che custodivano una memoria molto più grande di quella che cercavo per la mia ricerca. Nonostante il tanto tempo trascorso tra quelle sale, non l’ho mai percepita come un luogo immediatamente accogliente. Avvertivo una distanza, una severità che a volte poteva sembrare respingente. Come se, per proteggere quelle pagine, fosse necessario mettere un confine tra loro e noi.


Quella distanza l’ho sempre associata allo stesso atteggiamento di autodifesa che mette in atto chi ha subito una ferita. E quella ferita c’è stata, e ancora oggi è impossibile da dimenticare. Il 4 novembre 1966 l’acqua e il fango entrarono nella biblioteca, minacciando di cancellare una parte del patrimonio che custodiva. Pensarci mentre consultavo quei volumi rendeva quella storia improvvisamente vicina. Ero lì, nel luogo in cui era successo, davanti a ciò che qualcuno aveva contribuito a salvare.


Firenze ha una grande arteria che la attraversa. L’Arno scorre dentro la sua storia, ne ha accompagnato la nascita e la vita, e la sua presenza si avverte anche quando non lo si vede. Quel fiume è tanto importante per la vita e la nascita di questa città quanto pericoloso. E a volte ci si dimentica quanto la natura possa spaventare. Quando accadono tragedie legate all’ambiente, ci si sorprende sempre di quanto l’uomo sia impotente di fronte alla potenza della natura.


Da studente mi chiedevo spesso che cosa avrei fatto se fossi stato lì. Come avrei affrontato quel 4 novembre e i giorni successivi? Sarei andato ad aiutare? Come avrei trovato il modo di rendermi utile?

Ormai è passato qualche anno da quando ero studente, ma certe domande sono rimaste. In occasione del sessantesimo anniversario dell’alluvione ho provato a cercare una risposta attraverso chi c’era. È cominciato tutto con un messaggio, un contatto passato da una persona all’altra. Prima Alessandro, poi Erasmo: nomi nelle chat, richieste, rimandi. Cercavo qualcuno che potesse riportarmi a quei giorni. Alla fine sono arrivato a lui, a Mario Pantano.


Ci siamo dati appuntamento alle due di un pomeriggio di fine ottobre per la nostra intervista. Mario nel 1966 studiava Giurisprudenza a Bologna. Da lì partì per Firenze, insieme ad altri universitari, per mettersi a disposizione di una città travolta dall’alluvione.


Di questa conversazione mi è rimasta soprattutto la naturalezza con cui racconta la decisione di partire. Non cerca un riconoscimento, non si mette al centro della storia. Ricorda le cose da fare, i materiali che mancavano, i libri da tirare fuori dai sotterranei, le case da liberare. Aiutare gli sembrava la conseguenza più ovvia di ciò che stava accadendo. E che quella città fosse Firenze, mentre la sua vita era a Bologna, rende ancora più forte la semplicità con cui ne parla.


La sua risposta alle mie domande comincia da qui. Dal racconto di un ragazzo che raggiunse una città ferita e si mise al lavoro. Sessant’anni dopo, ascoltarlo significa tornare tra quei libri, dentro quelle case, accanto alle persone che cercavano nel fango qualcosa della propria vita.


Il 4 novembre 1966 l’Arno travolse la città. Nei giorni successivi arrivarono migliaia di volontari, molti giovanissimi, per soccorrere gli abitanti e recuperare libri, documenti e opere d’arte. Li avrebbero chiamati «angeli del fango». Mario era tra loro, insieme al fratello e alla sorella. A sessant’anni dall’alluvione, abbiamo la possibilità di tornare a quei momenti, momenti fatti di catene umane alla Biblioteca Nazionale, di viaggi in autobus, del freddo e degli incontri che avrebbero lasciato un segno anche nella sua vita.

Dove si trovava quando seppe dell’alluvione?

Ero a Bologna, al quarto anno di Giurisprudenza. Le notizie arrivarono attraverso i telegiornali, ma anche con la telefonata di un amico universitario bolognese che era già nella zona di Firenze la sera del 4 novembre, insieme agli scout e con dei gommoni.

Mio fratello, che studiava Economia e Commercio, era stato da poco a un convegno universitario e aveva contatti con amici fiorentini e stranieri. Quando vedemmo le immagini del disastro, decidemmo di muoverci attraverso l’ORUB, l’Organismo rappresentativo universitario bolognese. Riunimmo studenti di diverse facoltà e cominciammo a capire come organizzarci.


Partire fu una decisione immediata. Riuscirci, invece?

All’inizio il prefetto ci disse di non muoverci. C’erano problemi sanitari, di autorizzazioni e soprattutto di pernottamento: bisognava capire dove avrebbero dormito tutti quegli studenti. Anche il territorio bolognese era stato colpito dall’alluvione, in particolare i comuni della Bassa.

Ci fu però una grande disponibilità dell’università e delle istituzioni. Il sindaco Guido Fanti fece moltissimo. Si attivarono anche contatti con il governo, attraverso il sottosegretario Angelo Salizzoni, e gli ostacoli burocratici furono superati. Il Comune ci mise a disposizione due autobus del trasporto urbano. Con quelli avremmo fatto avanti e indietro tra Bologna e Firenze.


Lei arrivò con un primo gruppo di quattro persone. Che cosa trovò?

Partimmo in treno per capire quali fossero le necessità e come potessimo aiutare. C’eravamo io, mio fratello e altri due amici universitari. Credo fosse il 6 novembre.

L’arrivo a Santa Maria Novella fu terribile. Nel parcheggio c’erano le automobili sommerse dal fango e sui palazzi si vedeva ancora la striscia lasciata dall’acqua, a diversi metri d’altezza. In Santa Croce c’era una quantità enorme di fango.

E poi l’odore. Il gasolio era uscito dagli impianti di riscaldamento, spinto dall’acqua. Arrivava dai sotterranei. Ma la cosa che mi colpì più di tutte fu l’odore di putrefazione, proveniente dalle carcasse degli animali del vecchio macello. Era una scena apocalittica.


Da dove si comincia, davanti a una città in quelle condizioni?

Avremmo voluto metterci subito a lavorare, come tutti i giovani che arrivavano. Ma eravamo lì anche per organizzare gli aiuti successivi, quindi andammo a Palazzo Vecchio, dove c’era il centro di coordinamento dei soccorsi. Ci presentammo a Bargellini, il sindaco di Firenze, e ci mettemmo a disposizione.

Il sindaco ci diede una lista di materiali da riportare da Bologna. Nei giorni successivi io facevo anche questo: raccoglievo le richieste del Comune e delle facoltà e le portavo ai referenti bolognesi. Mancavano tante cose, perfino la carta. Servivano medicinali, materiali per lavorare, generi alimentari.

Bologna si impegnò molto, anche con mezzi per il trasporto e acqua potabile. La disponibilità era grande, ma bisognava far arrivare ciò che serviva davvero.


Come venivano distribuiti i compiti?

Arrivavamo in Santa Croce e qualcuno dell’ufficio tecnico del Comune indicava le necessità. Potevano servire venti persone per il vecchio macello. Per quel lavoro furono coinvolti anche ragazzi del rugby universitario bolognese, che erano robusti, ai quali era riservato l’arduo compito di portare via le carcasse.

Gli studenti di Medicina e Farmacia aiutavano a selezionare i medicinali arrivati da tutto il mondo e collaboravano alle attività di primo soccorso. Alcune ragazze andavano ad assistere gli anziani, anche per dar loro da mangiare. Il grosso del nostro gruppo, però, era destinato alla Biblioteca Nazionale.

Io lavorai soprattutto lì, ma anche alla Facoltà di Giurisprudenza, in via Laura, al Gabinetto Vieusseux e nelle case delle famiglie.

Dentro la Nazionale cosa succedeva? Cosa significava stare lì in quei giorni?

Prima di tutto significava tirare fuori dai sotterranei volumi e libri. Era un lavoro faticosissimo. Bisognava svuotare gli scaffali, recuperare i volumi e portarli ai piani superiori, dove erano stati predisposti gli spazi per lavorare.

Facevamo delle catene umane lunghissime, con centinaia e centinaia di persone, che dai sotterranei arrivavano ai piani superiori. I libri passavano di mano in mano. Poi si cercava di togliere il fango e di asciugarli, seguendo le istruzioni dei dipendenti della biblioteca e degli esperti arrivati ad aiutare.

Era una lotta contro il tempo. C’era chi recuperava i volumi dal basso e chi lavorava nelle sale ai piani alti. Tante ragazze erano impegnate in quella parte del lavoro per via delle loro mani più delicate.


Qual era la difficoltà maggiore che avevate in quella situazione?

Il peso del fango. Dopo i primi due o tre giorni l’acqua se n’era andata, ma aveva lasciato questo fango pesantissimo, che asciugandosi diventava duro. Anche camminare era complicato: mettevi un piede su una parte che sembrava solida e subito dopo ne trovavi una molle.

Poi c’era il freddo, soprattutto la mattina presto e nel pomeriggio. Mio fratello e un altro amico rimasero a Firenze e dormivano nei treni messi a disposizione dei volontari alla stazione di Santa Maria Novella. C’erano persone arrivate da Milano, da Parma, dal Sud, dall’estero. Avevano le coperte, ma raccontavano che la notte faceva comunque molto freddo.

Io ero tra quelli che tornavano a Bologna, anche perché dovevo riportare le richieste dei materiali. A Firenze lavorai per una decina di giorni.


Tra tanti libri, ci sono però anche episodi che rimandano alla vita dei cittadini, come ad esempio il caso della fotografia ritrovata.

Una mattina ci mandarono a liberare alcuni appartamenti seminterrati di persone molto modeste, nella zona di Santa Croce. Ero con mio fratello, che giocava a rugby e aveva molta forza. Con le pale tiravamo fuori il fango, recuperavamo i mobili e quello che riuscivamo a trovare.

Nella camera da letto di una coppia anziana mio fratello trovò una cornice d’argento, tutta sporca. La pulì: dentro c’era la fotografia del loro matrimonio.

Quando gliela restituimmo, la signora lo abbracciò. Disse, in fiorentino, che almeno quella il fiume non gliel’avrebbe portata via. Fu un momento molto emozionante. Di episodi così ce ne furono diversi, perché si trovavano anche i giocattoli dei figli o dei nipoti, una bambola, un pallone.

Come vi accoglievano i fiorentini?

Il rapporto era molto buono. Aiutavamo le famiglie a spalare le case e portavamo anche parecchi generi alimentari.

Qualche battuta un po’ salata poteva capitare, soprattutto quando arrivavano gruppi meno organizzati, senza aver prima parlato con il quartiere o con un parroco di riferimento. Venivano pensando di fare bene, ma bisognava coordinarsi.

Noi, quando arrivavamo in Santa Croce, eravamo già a disposizione di chi organizzava il lavoro. Nei primi giorni Bargellini ci mise accanto anche due ragazzi con le Vespe che ci accompagnavano nei vari posti, conoscevano le strade e ci presentavano ai responsabili delle strutture.


A un certo punto arrivò anche Edward “Ted” Kennedy. Lei dov’era?

Eravamo alla Nazionale, a lavorare nei sotterranei. A un certo punto sentimmo movimento e da sopra ci dissero che stava arrivando Bargellini con Kennedy. Noi eravamo impegnati nel lavoro e all’inizio ci fu anche qualche battuta sul perché di quella visita.

Ricordo la scena con una ragazza, Silvia, che era insieme a noi universitari bolognesi e in quel momento era l’unica ragazza nei sotterranei. Era tutta sporca di fango. Quando arrivò lì sotto, Kennedy si complimentò con lei e le strinse la mano, sporcandosi anche lui. A quel punto gli altri ragazzi si sentirono autorizzati a fare altrettanto: gli andarono incontro, gli strinsero la mano e gli diedero delle pacche sulle spalle, finendo per sporcare tutto il suo impermeabile. Si scherzava, si rideva, e anche Kennedy si divertì molto.

Quella fotografia ha fatto il giro del mondo. Silvia era lì come migliaia di altre persone che stavano lavorando. La foto ha raccontato anche quello che facevano tutti gli altri.


Nei suoi ricordi ci sono anche i Beatles.

Sì, perché sugli autobus urbani con i quali andavamo avanti e indietro ogni giorno da Bologna a Firenze cantavamo Yellow Submarine. Con tutta quell’acqua, il sottomarino aveva anche un suo significato! Erano autobus non adatti a quella situazione, quindi molti di noi stavano seduti per terra. Si cantavano le canzoni di allora, anche quelle di Gianni Morandi.

Gli autisti ci accompagnavano ogni giorno e dovevano sopportare i nostri cori. La domenica ci fermavamo anche per la Messa nella chiesa dell’Autostrada del Sole, quella di Michelucci. Al ritorno gli autisti dicevano a me e a mio fratello di chiedere al sacerdote di sbrigarsi, perché stavano arrivando il buio e il freddo e volevano tornare dalle loro famiglie e soprattutto perché la mattina dopo dovevano ripartire. I ricordi di quei giorni sono anche questi episodi, molto umani.

Edward “Ted” Kennedy e Silvia, Biblioteca Nazionale di Firenze Edward “Ted” Kennedy e Silvia, Biblioteca Nazionale di Firenze

Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?

Lì è nata un po’ la mia passione per l’ecologia. Negli anni successivi ho cominciato a occuparmi di tutela delle acque e di norme contro l’inquinamento. Essendo un giurista, partecipai alla raccolta della legislazione italiana in materia e a iniziative di studio. Era una passione che portavo avanti accanto al mio lavoro.

Ci furono anche incontri importanti. A Giurisprudenza, in via Laura, serviva una cinquantina di studenti per recuperare un patrimonio di libri antichi, e dirottammo un pullman. Lì conobbi Mauro Cappelletti, un grande giurista della scuola di Calamandrei.

Stavo preparando una tesi sul diritto alla difesa nel processo. In seguito tornai da lui per chiedere indicazioni bibliografiche: mi diede scritti e suggerimenti. Da tutti i punti di vista, il fango mi è servito. Anche la tesi andò molto bene.


E quando finì il lavoro a Firenze?

Il lavoro non finì per tutti nello stesso momento. Alcuni continuarono ad andare in treno, altri si fermarono nelle strutture impegnate nel restauro, secondo le loro competenze.

Anche a Bologna si continuò, poi però la situazione cominciò a tornare alla normalità e anche io dovevo rimettermi sulla tesi, con la quale ero rimasto un po’ indietro.


Il 4 novembre sarete a Firenze per la grande commemorazione dei 60 anni. Come avete fatto a ritrovarvi dopo tanti anni?

In occasione del quarantennale ricominciammo a cercarci. Con alcuni non ci vedevamo da quarant’anni. Ci incontrammo a Bologna, coinvolgendo anche l’università, e poi tornammo a Firenze.

Da quel percorso è nato il Comitato Bolognese Angeli del Fango, un gruppo molto informale di cui mi hanno affidato la segreteria. Abbiamo realizzato il libro Solidarietà e utopia. Bologna, gli Angeli del Fango e le alluvioni del 1966, lo abbiamo presentato in diversi luoghi e siamo andati nelle scuole. Ancora oggi ci chiedono di raccontare quell’esperienza.

A Firenze siamo tornati quasi ogni anno. Questa volta, per il sessantesimo anniversario, arriveremo di nuovo in pullman. Torneremo alla Biblioteca Nazionale e poi a Palazzo Vecchio. Qualcuno non potrà esserci per ragioni di salute, ma tanti amici e tante amiche hanno risposto con entusiasmo.

Angeli del Fango di Bologna alla Biblioteca Nazionale, 4 novembre 2016 Angeli del Fango di Bologna alla Biblioteca Nazionale, 4 novembre 2016

Alessio Vigni lavora tra arte, scrittura e comunicazione digitale. Scrive per diverse riviste ed è autore di progetti editoriali e podcast, attraverso cui racconta storie e protagonisti della cultura contemporanea.

Come consulente, sviluppa strategie e contenuti digitali per realtà culturali e imprese, intrecciando l’attenzione per il racconto con i linguaggi delle piattaforme digitali. È caporedattore e responsabile della comunicazione di Cottura Creativa.

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