Wallace Chan: dal cucchiaio rotto alle sculture monumentali di Shanghai
Al Long Museum West Bund, la mostra “Vessels of Other Worlds” racconta la ricerca di Wallace Chan tra sculture in titanio, memoria e fragilità, in dialogo con Venezia.
Hong Kong, primi anni Sessanta. C'è un tavolo, una famiglia che mangia e un bambino di cinque anni. Si chiama Wallace. In quella casa non ci sono molti soldi. Gli oggetti si conservano, si aggiustano, si tramandano. I bambini mangiano con cucchiai di plastica. Gli adulti, invece, usano quelli di porcellana.
Un giorno Wallace ne prende uno. Lo osserva, lo tiene tra le mani. Poi gli scivola. Cade a terra e si rompe. Il padre non ci pensa due volte e il bambino viene punito.
Potrebbe finire qui questa storia, come migliaia di piccoli incidenti domestici destinati a scomparire nei ricordi dell’infanzia di chiunque. Ma il piccolo Wallace non dimentica. Non riesce a comprendere come un oggetto tanto duro possa rompersi così facilmente. È una contraddizione che lo accompagnerà per tutta la vita. La prima, forse, di una lunga serie.
Quel bambino è Wallace Chan, uno degli artisti contemporanei cinesi più conosciuti nella sua terra per la sua capacità di trasformare la materia. Oggi, autore di sculture monumentali in titanio, ma per comprendere il suo percorso è necessario ripartire proprio da quell’episodio e andare in profondità.
Chan nasce nel 1956 a Fuzhou, nella Cina sudorientale, e si trasferisce a Hong Kong quando ha cinque anni. La sua non è una storia di accademie prestigiose o di famiglie di artisti. A tredici anni comincia a lavorare. A sedici diventa apprendista intagliatore di pietre preziose. Impara osservando, sbagliando, riprovando. Da ragazzino è affascinato anche dalla scultura occidentale, la scopre nei cimiteri cristiani, davanti alle figure di marmo di santi e angeli. Attori silenziosi di un’iconografia piena di dolore e privazione.
Nel 1987 Chan porta avanti il suo lavoro e sviluppa il Wallace Cut, una tecnica di intaglio che sfrutta riflessi e prospettive per moltiplicare i volti all'interno di una pietra. Quello che crea è qualcosa di unico, intagli che all’interno di una sola immagine danno vita a mondi infiniti. La materia inganna l'occhio, lo costringe a cercare qualcosa che non esiste nella forma in cui appare.
Il successo arriva, ma non lo ferma. La sua è una storia che scorre forte, con la potenza di un fiume, e con la determinazione di una goccia. Nei primi anni Duemila Chan stravolge la sua vita, abbandona temporaneamente il lavoro e trascorre sei mesi in una comunità monastica buddhista. Rinuncia ai propri beni, medita, cerca risposte che non hanno più a che fare soltanto con l'arte. Quando torna, deve ricominciare. Utilizza cemento, rame, acciaio. Materiali lontanissimi dalle pietre preziose che lo avevano reso celebre.
È in questa continua sperimentazione che la sua ricerca cambia dimensione. Chan lavora sulla resistenza della porcellana, sviluppa nuove tecniche e così arriva al titanio, un metallo leggero, resistente alla corrosione, ma difficile da modellare. Prima lo utilizza per i gioielli, poi per sculture sempre più grandi.
Il bambino che aveva rotto un cucchiaio ora inizia a costruire qualcosa che possa resistere al tempo.
Per scoprire il suo lavoro, sono a Shanghai, e sono i primi giorni di ottobre 2026. Al Long Museum West Bund, le sue opere hanno raggiunto dimensioni impensabili. Vessels of Other Worlds, la mostra curata da James Putnam, presenta tre grandi sculture in titanio alte sette, otto e dieci metri. Rappresentano la nascita, la crescita e la morte. Sono vasi, almeno nel nome, ma sembrano organismi arrivati da un altro mondo. Le forme si intrecciano, le superfici riflettono la luce, i dettagli si moltiplicano. Mondi dove si incontrano la spiritualità orientale e la tradizione cattolica occidentale.
L'allestimento è uno degli aspetti più riusciti della mostra. Le luci, la disposizione delle opere e il rapporto con l'architettura del museo costruiscono un percorso capace di accompagnare il visitatore dentro l'universo dell'artista. Una delle sculture può essere attraversata: al suo interno, gli specchi creano effetti caleidoscopici che riportano alla tecnica del Wallace Cut. Quello che un tempo Chan faceva dentro una pietra preziosa, adesso lo realizza in uno spazio così grande da contenere più persone.
La mostra dialoga anche con Venezia, dove altre tre sculture sono state presentate nella Cappella di Santa Maria della Pietà. Le due città, legate all'acqua e alla sua capacità di trasformarsi, vengono messe in comunicazione attraverso immagini trasmesse a distanza su piccoli monitor.
Per Chan questi grandi vasi sono contenitori di memoria, emozioni e spirito. Oggetti costruiti con un materiale destinato a durare, ma pensati per raccontare ciò che non possiamo trattenere e che è destinato a scomparire.
Di fronte a quelle opere monumentali si può capire quello che ossessiona questo artista, ed è sicuramente proprio questa contraddizione l’aspetto che più colpisce della sua ricerca. La materia può essere lavorata, modificata, resa più resistente in mondo che non si possa rompere. Il tempo, invece, continua a scorrere, così come quel fiume di cui parlavo sopra. I corpi invecchiano, le persone scompaiono, i ricordi cambiano forma.
Più di sessant'anni dopo dall'episodio del cucchiaio, mi trovo con una delegazione di giornalisti italiani a un tavolo con Wallace. Consumiamo un ottimo pasto, con impiattamenti eleganti e abbinamenti ricercati. Non posso non immaginare quel cucchiaio sul pavimento diviso in piccoli frammenti, quella scena da cui tutto è iniziato.
Quel bambino che non conosceva il motivo per cui si era rotto, oggi ne conosce il significato. Sa come reagiscono i materiali, come si comporta la luce, come si può creare una struttura più resistente.
Forse perché quel giorno non ha scoperto soltanto che la porcellana può rompersi. Ha scoperto che anche le cose che sembrano fatte per durare possono scomparire e che, qualche volta, passiamo una vita intera a cercare di tenerle insieme, alimentando le nostre paure e le nostre contraddizioni più profonde.
Immagine di copertina: Wallace Chan "Vessels of Other Worlds - Long Museum" - "Birth Sculpture"
Alessio Vigni lavora tra arte, scrittura e comunicazione digitale. Scrive per diverse riviste ed è autore di progetti editoriali e podcast, attraverso cui racconta storie e protagonisti della cultura contemporanea.
Come consulente, sviluppa strategie e contenuti digitali per realtà culturali e imprese, intrecciando l’attenzione per il racconto con i linguaggi delle piattaforme digitali. È caporedattore e responsabile della comunicazione di Cottura Creativa.