Paolo Jannacci racconta “Scimmie ovunque”: l’intervista

Dalla fragilità umana all’autocensura, dall’eredità di Enzo al rapporto con Sanremo: Paolo Jannacci ci racconta il nuovo album e il potere della musica di restituirci umanità.

26.10.26

Superati i cinquant'anni, l'artista avverte il bisogno urgente di spogliarsi dei frastuoni e delle sovrastrutture per andare all'essenza della verità umana. Con il suo nuovo album "Scimmie ovunque", nato da un intenso percorso di scrittura e condivisione insieme all'autore Paolo Re, Paolo Jannacci firma un'opera coraggiosa e senza filtri. Un disco che non ha paura di immergersi nelle zone d'ombra della nostra società — dalla tossicodipendenza ai morti sul lavoro, passando per il femminicidio e il pericolo invisibile dell'abitudine al male — senza però rinunciare alla luce della gentilezza e dell'amore.

In questa profonda e intima chiacchierata, Jannacci si racconta a tutto tondo: dall’immortale eredità di papà Enzo al ruolo insostituibile della musica come antidoto contro il rumore di fondo contemporaneo, fino al rapporto con il palco dell'Ariston. Una lucida riflessione sulla "giungla" da cui l’umanità, tra egoismi e distopie, cerca ancora disperatamente una via d'uscita.



Paolo, perché hai scelto di raccontare la fragilità umana senza filtri?

Perché era il momento. Forse a 50 anni cominci a cercare la verità. L'artista fa un po' questo, però quando sei giovane hai voglia anche di altro, di un altro tipo di divertimento. Poi passa il tempo, accumuli esperienza, fai gavetta, come si dice, e il tuo desiderio magari diventa cercare questa verità umana, questo modo di sensibilizzare il tuo spirito e poi ovviamente quello di chi ti sta ascoltando.


Allora ci è venuto naturale, parlo al plurale, perché c’è anche Paolo Re, il mio autore che mi ha accompagnato in questo viaggio almeno quinquennale. Ogni giorno a raccontarci storie, a raccontarci film, a creare dei film e poi a buttarli via per crearne altri… ci siamo ritrovati appunto a parlare delle nostre fragilità, delle nostre paure, dei nostri fantasmi, per cercare di esorcizzarli e di capire come trovare una soluzione a questa negatività.


A volte anche la malvagità dell'uomo… anche se non la puoi risolvere, solo il fatto di poterla far notare, anche farla notare a noi stessi, diventa un momento di soluzione dell'equazione. Forse è una delle prime operazioni per cercare di risolvere questa equazione così complessa.


È la malvagità dell’uomo il male del nostro tempo o la sua capacità di abituarvisi?

Tutte e due. È una bella domanda perché la capacità di abituarsi alla cattiveria è un grandissimo rischio. Ti fa dimenticare la bellezza, per esempio. Noi viviamo in un paese estremamente bello, meraviglioso, forse il paese più bello del mondo, però ce ne dimentichiamo. Non tanto per snobismo o per cattiveria, ma proprio per abitudine, e l'abitudine può essere un rischio importante. L'artista cerca di raschiare via questa abitudine.


Il nostro egoismo è forse il più grande rischio che l'Homo sapiens possa avere, perché tutto ruota – anche il disco – intorno a questa possibilità, anche mia, soprattutto mia, di involvermi. Involvermi ironicamente in che cosa? In un animale che mi fa ridere, però mi terrorizza al tempo stesso, che è la scimmia. Quando pensi alla scimmia piccola ti fa ridere, no? Però poi, quando reagisce in maniera inconsueta, ti fa preoccupare, ti può aggredire.


Kubrick ce lo ha detto a suo tempo.

Bravissima.


Sei uno dei pochi cantautori contemporanei che parla di quelle persone che la società preferisce non guardare. La musica ha assecondato il disinteresse della politica?

La musica non può assolutamente disinteressarsi della politica perché, anzi, acutizza l'interesse dell'ascoltatore, di chi è immerso nella musica. Forse il problema è che i messaggi musicali stanno diventando troppo poco divertenti, specifici, chiari. E quindi che cosa succede? Diventano rumore, rumore di fondo. Anche la quantità non fa bene. La quantità di questa mole di informazioni musicali che ci arrivano ogni ora. Credo che sia impossibile per te poter recensire tutto quello che sta venendo fuori. O comunque ci vorrebbe una redazione di automi. Quando si parla di 50.000, 80.000 brani giornalieri, capisci che potrebbero, a mio giudizio, andare a sterilizzare un messaggio artistico. Quando usciva il progetto, il concept album di De Gregori, andavo ad ascoltarlo: che cos’ha da dire? Come lo dice? Come mi fa sentire quella tipologia di musica che ha scelto?


Adesso è un frastuono, capito? Anche il fatto comunque di non avere la tattilità di un oggetto. Potrebbe essere una critica da vecchio, la mia, però non aiuta. Non aiuta il fatto di essere sommerso da singoli e da grafiche. È bello, perché hai tanto da ascoltare, ma quando diventa troppo si annulla tutto. Ti parlo in prima persona, perché quando andavo a comprare i CD, i dischi, fissavo nella memoria e nel mio background artistico determinati suoni, modi di dire, modi di parlare, parole, ritmiche, tutto quello che ci poteva essere dal punto di vista musicale, della musica leggera o anche musica più alta, sinfonica. Da quando sono aperti gli argini, cosa puoi ascoltare? Tutto. Eppure ho ascoltato forse un decimo di quello che ascoltavo una volta, perché per me è troppo. Tutto è troppo.


In Politically Topless a un certo punto tu ed Elio esclamate “ma si può dire Gaza? No”. Non è che siano tantissimi gli artisti che si sono esposti per la Palestina, soprattutto in Italia.

Lo capisco benissimo: guarda cosa è successo a Sanremo un po' di tempo fa con Ghali. Ma guarda qualsiasi artista come me, che pensa una frase e subito dopo fa autocensura. Questa cosa non dovrebbe esistere. Io penso che l'artista debba andare in aiuto dell'essere umano nella sua completezza, perché schierarsi per la singola persona può essere addirittura controproducente: annulli la fascia umana, tante persone che invece hanno il diritto di esistere e di professare il loro credo in maniera pacifica.


Bisogna, a mio giudizio, trovare una strada dell'umano divenire che possa essere più intensa e fuori dagli schemi più violenti o più legati appunto all'egoismo, alla forza bruta, quindi al bellicismo. Mettila come vuoi, ma mi darebbe quasi fastidio essere specifico. Non è un discorso a mio giudizio qualunquista, ma un discorso più rinascimentale, dove l'uomo, l'essere umano, deve essere riconsiderato nella sua bellezza e totalità.

Copertina - Album "Scimmie Ovunque" Copertina - Album "Scimmie Ovunque"

A proposito di autocensura. Tuo padre e la sua generazione hanno costruito carriere geniali proprio sullo scardinamento del perbenismo borghese. C'è un dialogo intimo e potente con le tue radici in questo disco. Da una parte Enzo, l’incrocio e tutto il resto, dall'altra il recupero di Due gelati. È cambiato nel tempo l’approccio al ricordo di tuo padre? Forse prima era più un'eredità da proteggere, e ora è anche una materia viva da plasmare per il tuo presente?

Hai fatto centro. Secondo me, c'è una ricerca di conoscenza, quindi si è passati – anzi, si sta passando, usiamo il gerundio – da un archivio ben protetto a conoscenza, scoperta. Quindi anche per la nuova generazione, come per te: il fatto che tu possa conoscere Enzo Jannacci per me è una cosa molto bella, perché è una cosa che ho sempre cercato di fare e non era scontato, perché comunque un artista passa varie fasi della sua vita, no? Dall’estrema giovinezza alla maturità, dove ha voglia magari anche di affrontare temi più lenti, ma più importanti, e il fatto che comunque si perdano delle fasce d'età, delle generazioni, ti fa sempre pensare. Il fatto che invece si stia ricominciando a riscoprirlo per me è bellissimo, perché vuol dire che abbiamo fatto un bel lavoro.


In Il mercato nero degli abbracci immagini una distopia in cui il contatto fisico è negato, mentre in La rosa e il fiorista racconti la cura e la delicatezza di un amore intenso.

Sono i lati di tutte le mie paure cinematografiche. Ma sono anche desideri: la sensibilità verso l'amore che riesce a trionfare, perché comunque la bellezza, questo processo vibratorio che ti aiuta a essere più alto, a essere più intenso, più sensibile, ti pone verso una sensibilità diversa, una spiritualità diversa, una conoscenza anche culturale, artistica, diversa. Ti fanno alzare come essere umano, ti fanno dimenticare egoismo, cattiveria, malvagità, quindi intelligenza volta alla malvagità – che è tipico dell'essere umano, non degli animali. In La rosa e il fiorista, la voglia di poter raccontare un amore così intenso che fa aspettare per tutta una vita l'amata ci sembrava veramente una bella storia.


Chi sono i "fioristi" disposti a coltivare la rosa nel mercato nero di oggi?

Questo lo devi scoprire tu.


La canzone è un mezzo, uno specchio per mostrarci quanto siamo regrediti, ma può essere anche un antidoto per provare a invertire la mutazione?

La canzone è senz'altro un antidoto, perché è semplicemente un sensibilizzare il tuo stato d'animo; poi sta anche a te che ascolti utilizzare questa spinta verso qualche cosa di più o meno alto, più o meno buono. L'artista fa questo: cerca di suggerire. Io cerco di suggerire senza troppi proclami, perché non ne so, non sono un poeta così importante, non sono una personalità così colta. Ma poter suggerire mi piace, perché poi insieme c'è sempre qualcuno che farà la differenza. 


Ho imparato questo modo di pormi da una frase di mio padre, che dice: “C'è uno tra voi che tra uno sputo e una spinta / Troverà un'altra penicillina, altre forme d'amore / Forse un po' più di grinta / Per cacciarvi via tutti / Rognoni, cantanti, cioè noi”. Ti stai rivolgendo a uno magari più giovane di te, magari più intenso di te, più intelligente, che però prende quella piccola scintilla che tu sei riuscito ad avere e la trasforma in un fuoco. Questo è il mio desiderio.

Enzo Jannacci Enzo Jannacci

Parli di una giungla senza santi né eroi: tu in quale posto della giungla ti collochi?

Io sono nella giungla che osservo. A volte mi nascondo, a volte salgo sulla cima a cercare di guardare cosa succede in questo momento, però purtroppo sono ancora nella giungla. Mi ci metto anch'io nella giungla! Chiaro che sarebbe bello osservarla solo da lontano, osservi col binocolo la giungla, però ci sono dentro.


Qualcuno è mai riuscito a uscirne?

Certo: i grandi filosofi, le grandi personalità, i grandi poeti che ci hanno insegnato a cambiare. Ce ne sono tantissimi. Escono dalla giungla, guardano fuori, osservano e ci lasciano delle istruzioni per come uscirne.


Come nella caverna di Platone. E nella caverna di Sanremo? Ci torni?

Ho proposto due brani che erano, se non sbaglio, Scimmie ovunque e Il giorno prima perché ci piacevano molto, due brani diversi. Però non ho avuto veramente nessun cenno. Immagino il pandemonio che stanno vivendo gli ascoltatori, soprattutto il povero Stefano De Martino, a cui voglio un bene dell'anima: immagino quante canzoni stia sentendo, quindi non faccio nessuna colpa. Ho chiesto di farmi un cenno: devo posticipare l'uscita dell’album, per caso? Nessuno ha risposto. Allora ho preferito uscire, perché avevo veramente tanta voglia di poter raccontare il disco, di poterlo finalmente far uscire perché era passato tanto tempo. 


I miei anni pesano, i tuoi meno, ma i miei pesano di più, e anche le canzoni invecchiano. Ho cercato di fare dei brani che non avessero età, mi piacciono le canzoni senza tempo, perché sono quelle che poi ti porti dietro per tutta la vita e sei contento di averle cantate. Se ti fossilizzi su un unico aspetto temporale, può essere bellissimo, però poi finisce lì: hai fatto una bella canzone, però poi si annulla con il tempo che passa. Ho continuato a scrivere per almeno cinque anni, non mi sono posto un traguardo temporale: ho continuato a scrivere fino a quando il disco era pronto. Aveva bisogno di uscire.


Quindi non vedi contrasto tra i temi impegnati di cui parli e l’Ariston.

Ho imparato a non calcolare le sovrastrutture. Perché se noi pensiamo a Sanremo con le sue mille sovrastrutture, allora non puoi far più niente. Se tu pensi a Sanremo come la penso io, cioè come a un grande palcoscenico – che poi è quello per cui siamo andati anche le prime volte con mio padre – un grande palcoscenico dove fai spettacolo, dove hai non dico l'obbligo, ma il dovere anche morale di creare un bello spettacolo per chi ti ascolta, allora è molto semplice. È lo stesso discorso di prima: cercare di semplificare il più possibile l'equazione umana. Abbiamo tutti lo stesso sangue, respiriamo tutti la stessa aria come ha detto il buon John Kennedy, viviamo tutti in questo piccolo grande pianeta: il palcoscenico dell'Ariston è uno dei tanti teatri italiani; che viene amplificato, ma è comunque un teatro.

Album "Scimmie Ovunque" Album "Scimmie Ovunque"

IMMAGINE COPERTINA: PAOLO JANNACI

Classe 1998. Giornalista ("Rockol", "La Gazzetta dello Sport") e social media manager per vari enti e istituzioni. Crede fermamente che la storia della società si possa leggere attraverso i solchi di un vinile, i film di Park Chan-wook e le facce stravolte dei ciclisti all'arrivo della Parigi-Roubaix. Ascolta Giorgio Gaber per farsi nuove domande e guarda negli occhi i suoi cani per trovare le risposte.

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