’O sang: San Gennaro sulla pelle, Napoli nell’identità
Nel docufilm di Giovanni Troilo, al cinema dal 25 al 27 gennaio 2027, il culto di San Gennaro attraversa corpi e gesti quotidiani. Una riflessione su immagini sacre, devozione e appartenenza.
C’è un passaggio, nel docufilm ’O sang. Il miracolo di San Gennaro, in cui il sacro si fa carne. Un tatuatore lavora d’ago sul corpo di un uomo e vi disegna la figura di San Gennaro: un’immagine che da quel momento non si può più riporre, perdere o lasciare in chiesa. È solo una delle tante scene del film, eppure ne riassume tutto il messaggio: a Napoli la devozione non è un capitolo separato dell’esistenza, ma una materia che la attraversa.
Diretto da Giovanni Troilo e prodotto da Nexo Studios e Officina della Comunicazione nell’ambito del ciclo «I Misteri della Fede», il film sarà in sala dal 25 al 27 gennaio 2027. Più che un documentario in senso stretto, è un racconto corale: segue un fiorista notturno che realizza amuleti d’argento ai piedi del Vesuvio, un tassista che spiega il miracolo ai turisti incollati allo smartphone, la quotidianità di un centro donatori di sangue, il dietro le quinte dell’ampolla insieme all’abate della Real Cappella e al duca Carafa d’Andria. Il filo che tiene insieme tutto è l’attesa di un prodigio che, ogni volta, potrebbe non compiersi. Da qui una domanda fondamentale: che cosa accade quando un’immagine religiosa smette di essere soltanto un oggetto di devozione e diventa parte (essenziale) dell’identità di una persona?
Un oggetto stabilisce una distanza: si prega qualcuno davanti a qualcosa, e il manufatto fa da ponte, restando al di fuori di noi. Quando invece la si porta addosso, nel nome, nel gesto, in un tatuaggio, nel modo di chiamare il santo con l’affetto che si riserva a un parente (il soprannome “Faccia gialla”, che Pino Daniele ha trasformato in canzone), quella distanza si assottiglia fino a sparire. Il santo non è più soltanto colui a cui si chiede una grazia: diventa un simbolo delle tue radici, un pezzo di DNA che dice chi sei e da dove vieni.
Nelle Osservazioni sul folclore dei Quaderni del carcere, Antonio Gramsci mette in guardia dallo sguardo condiscendente: il «folclore» non è una bizzarria né un elemento pittoresco, ma una «cosa seria e da intendere sul serio». Lo descrive come una «concezione del mondo e della vita» propria di certi strati della società, in contrapposizione a quelle ufficiali, e insieme come un «agglomerato indigesto» di frammenti di epoche diverse. La formula si addice perfettamente a San Gennaro: cristianesimo, memoria pagana, orgoglio cittadino e scaramanzia convivono senza che nessuno senta il bisogno di separarli. Il tatuaggio, allora, non illustra una fede: la mette in pratica come visione del mondo.
Pier Paolo Pasolini vedeva in Napoli «l’ultima metropoli plebea», come scriveva – nello stesso anno della morte, il 1975 – in Gennariello, il trattatello pedagogico uscito sul settimanale Il Mondo. In un’intervista del 1971 con Antonio Ghirelli andava oltre: i napoletani sono una grande tribù che rifiuta il nuovo potere della modernità e sceglie di estinguersi «restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili». È una lettura radicale e discussa, con più di una venatura nostalgica, ma aiuta a capire (anche) il nostro film: in un’epoca che omologa, portare un santo sulla pelle può essere un modo di dichiarare un’appartenenza che il consumo di massa non riesce ad assorbire. Il rischio opposto è che l’immagine diventi marchio, adesivo, filtro per i social: quando l’identità si indossa, si può anche vendere.
L’antropologo Ernesto De Martino, napoletano doc, offre forse la chiave più mirata: nella sua analisi, riti e simboli religiosi non sono residui di superstizione, quanto piuttosto scudi con cui una comunità si protegge da ciò che chiamava «crisi della presenza come rischio di non esserci nel mondo»; formula che lo stesso De Martino indicava come nucleo valido del suo Mondo magico: la paura di non reggere l’urto del dolore, della storia, della morte. In questa prospettiva l’immagine sacra serve a esserci, a ritrovare un punto fermo quando il mondo vacilla. L’attesa collettiva del miracolo, con il sangue che può sciogliersi o no, è un rito collettivo: una città intera si ritrova a guardare nella stessa direzione.
Quando l’immagine religiosa diventa parte dell’identità, cambia funzione. Smette di essere soltanto mediatrice tra l’uomo e il divino e diventa mediatrice tra la persona e la comunità, tra la persona e sé stessa. Non si guarda più il santo: ci si riconosce nel suo sguardo. E la distinzione tra fede, tradizione e appartenenza, che a un osservatore esterno sembra necessaria, a Napoli regge poco. Forse è questo che suggerisce la scena del tatuatore: San Gennaro non va soltanto creduto o messo in dubbio, ma abitato. Il legame tra quel santo così speciale e la sua Napoli non vive soltanto nel rito dell’ampolla, ma in chi lo porta con sé. Un santo nel quale un’intera città si riconosce, e attraverso cui ogni persona si riconosce nella città: fede, tradizione e identità popolare diventano una cosa sola.
Classe 1998. Giornalista ("Rockol", "La Gazzetta dello Sport") e social media manager per vari enti e istituzioni. Crede fermamente che la storia della società si possa leggere attraverso i solchi di un vinile, i film di Park Chan-wook e le facce stravolte dei ciclisti all'arrivo della Parigi-Roubaix. Ascolta Giorgio Gaber per farsi nuove domande e guarda negli occhi i suoi cani per trovare le risposte.