L’effetto Fontaines D.C.: perché il nuovo rock irlandese di colpo interessa a tutti?
Dai Gilla Band ai Fontaines D.C., dagli SPRINTS ai Lankum: band, dischi e influenze che hanno portato il nuovo rock irlandese al centro dell’attenzione internazionale.
I Fontaines D.C. sono la band del momento. Il concerto sold out in poche ore del prossimo 26 novembre a Bologna e il loro quinto album Dopamine Chamber, con il chiacchieratissimo primo featuring della loro carriera con Rosalía, Where Is Gone?, hanno confermato una sensazione che arriva da lontano. Quella tremenda cosa che definiamo hype è solo la punta dell’iceberg di un consolidamento che la band di Grian Chatten ha coltivato negli ultimi cinque anni, ampliando la propria fanbase di album in album. Questo senza mai ripetersi o rifugiarsi in una formula. Tutto quello che oggi rappresentano i Fontaines D.C. non riguarda però solo la loro musica, ma la percezione culturale e musicale di un intero paese: l’Irlanda.
Non è un azzardo dire che, negli ultimi dieci anni, il rock irlandese si è affiancato prepotentemente a quello inglese, traendone spunto e influenzandolo a sua volta. Tant’è che oggi tutti si appassionano e interessano subito a qualsiasi nuova band di Dublino che pubblica il primo EP. Fino a qualche anno fa, si parlava di post-punk. Lo si faceva accodandosi ai suoni e alla scena che si era sviluppata attorno al mitico Windmill di Brixton a Londra, celebre locale londinese dove tuttora debuttano e si fanno le ossa diversi gruppi, anche non inglesi. Col senno di poi, considerando le differenze di stile e l’evoluzione del suono di alcune di queste band, è più corretto definirla new wave post-brexit.
Lo sviluppo dell’ondata rock irlandese non può essere analizzato senza citare quello specifico luogo. Il motivo principale risiede nella band che più di ogni altra ha contribuito a ispirare e sdoganare (di nuovo) certi suoni e un’attitudine alla scomodità. E quella band, guarda caso, viene proprio da Dublino. Quando nel 2015 hanno debuttato con Holding Hands with Jamie si chiamavano ancora Girl Band, oggi sono i Gilla Band. Suoni ruvidi, noise punk che prende la melodia e la nasconde e testi che non hanno paura di affrontare temi delicati come la salute mentale e la schizofrenia. Nel corso di questi anni, intervistando diverse band irlandesi e inglesi, tutti li hanno citati come influenza. E la cosa che stupisce, è che nessuna di esse è simile nel suono. Josh Finerty, bassista degli shame (uno dei gruppi inglesi emersi proprio in quel contesto e in quegli stessi anni), tempo fa mi disse una frase azzeccatissima: «I Gilla hanno piantato dei semi».
Quei semi hanno dato dei frutti in pochissimi anni. Il 2019 per il rock irlandese è un anno spartiacque. I Fontaines D.C., dopo i primi singoli autoprodotti, pubblicano il debutto Dogrel. Un disco che rilegge e attualizza il passato e che recupera quella letterarietà tipica del cantautorato irish. Non si tratta solo del titolo del disco che rimanda ai componimenti poetici del XIV secolo. I testi di Grian Chatten descrivono dei dubliners in cerca di direzione, in una Dublino in cui sono forti gli echi di James Joyce. Il suono, curato e affinato dal produttore inglese Dan Carey – figura imprescindibile per la definizione del sound di questo periodo – è classico e contemporaneo allo stesso tempo.
Sempre nel 2019 esce When I Have Fears, album d’esordio dei Murder Capital. Anche loro irlandesi di base a Dublino, anche loro profondamente post-punk nel modo in cui annebbiano chitarre e basso. È un disco molto cupo che affronta temi come il lutto e la perdita. Nel giro di qualche anno, entrambi i gruppi pubblicano due dischi che sembrano certificare la nascita di una scena: Skinty Fia (2022) e Gigi’s Recovery (2023).
Il verbo “sembrare” invece è necessario perché quella del rock irlandese non è una scena a tutti gli effetti anche se dall’esterno potrebbe appunto avvicinarsi a qualcosa di simile. Dal post-Covid le band nate sono state molteplici e tutte si conoscono, spesso aprendosi concerti a vicenda. In alcuni casi ad accomunarle è il suono e, in questo, c’entrano ancora in parte i Gilla Band per via del loro bassista Daniel Fox, oramai produttore affermato di diversi gruppi, tra cui anche gli SPRINTS capitanati dalla voce di Karla Chubb. A proposito di frontwoman dall’Irlanda, da sempre paese di grandi artiste e cantautrici rock (Dolores O’Riordan e Sinéad O'Connor per citarne due), anche le nuove band sono molto eterogenee. Una “rinascita”, passi il termine, che è partita con le Pillow Queens, trio femminile indie-rock. Poi non si possono non citare i NewDad e la scrittura intimista, con influenze a tratto shoegaze, di Julie Dawson e le Florence Road, altra total girlband in rampa di lancio.
Tornando a Skinty Fia, sono diversi i motivi per cui il terzo album dei Fontaines D.C. rappresenta uno tassello fondamentale. Al di là del sound e dell’evoluzione stilistica, è come se avesse sdoganato di nuovo alcuni elementi poi ripresi e divenuti comuni a diversi gruppi. La riflessione politico-sociale sul proprio Paese è il primo che salta all’occhio. Gran parte di ciò che viene cantato in I Love You, uno dei loro brani più famosi, lo si ritrova nella verve molto più rabbiosa e noise dei pezzi dei Gurriers. Il loro secondo disco Nobody’s Coming to Save You, uscito lo scorso settembre, è un album che alterna momenti d’ira nei confronti dello status quo ad altri caratterizzati da un mood danzereccio dal sapore decadente.
Anche in Masquerade dei Cardinals, debut della band originaria di Cork uscito a febbraio, c’è rabbia, anche se più rassegnata, forse perché figlia educata del cattolicesimo. I riferimenti religiosi sono centrali sia nei testi, come in I Like You, che nell’estetica. Un discorso simile vale per i Basht., reduci dalla pubblicazione del loro primo disco Poor Advice. Tuttavia, i Cardinals, capitanati da Euan Manning, offrono lo spunto per un’ultima riflessione legata alla tradizione e al recupero della cultura irlandese originaria. Il merito è del fratello del frontman, Finn, che inserisce la fisarmonica in modo incredibilmente organico in mezzo alle chitarre distorte aggiungendo un tocco folk.
Ecco, sul folk si potrebbe aprire un ulteriore capitolo. Sempre in Skinty Fia, la traccia d’apertura s’intitolava In ár gCroíthe go deo, introducendo nella discografia dei Fontaines il gaelico irlandese. Su questo i D.C. si sono accodati alla grande operazione culturale di recupero dei KNEECAP. Il trio hip hop di Belfast che unisce gaelico ed inglese nei propri pezzi, ha anche coinvolto Grian Chatten nel suo disco FINE ART (2024) per il singolo Better Way to Live. Prima ancora, anche a livello di suoni, i Lankum rappresentano l’apice. La band si ispira al keening (dal gaelico irlandese caoineadh, che significa piangere), una forma ancestrale di lamento funebre tipico dei rituali irlandesi, e lo decostruisce e modernizza con tappeti sonori ipnotici realizzati con strumenti della tradizione.
Oggi il folk irlandese sembra prendere sempre più piede, abitando gli stessi luoghi del rock. Un nome? I Madra Salach. Attitudine da band navigata tra pub e fiumi di birra, amore per le radici profonde e sfrontatezza nei temi. Non è un caso che saranno loro ad aprire la data più importante della carriera di Grian Chatten, Carlos O'Connell, Conor Curley, Conor Deegan e Tom Coll finora: quella allo Slane Castle del prossimo giugno.
Non sono stati i Fontaines D.C. a inventare il rock irlandese di questi anni, ma l’hanno alimentato e reinventato costantemente. Non hanno creato una scena: hanno fatto in modo che qualcuno guardasse oltre l’immagine che si aveva dell’Irlanda fino a pochi anni fa e ne iniziasse a percepire la carica delle nuove generazioni. Oggi fare musica a Dublino è ancora complesso, e molte band sono “costrette” a spostarsi a Londra. Ma i semi, per dirla con Finerty, sono stati piantati e continuano a germogliare.
Giornalista professionista, nato nella metà degli anni Novanta tra le colline marchigiane e trapiantato a Milano dal 2021. Ha la fortuna e il privilegio di potersi occupare delle sue due più grandi passioni, la musica e il cinema, scrivendo per Billboard Italia (per cui, oltre a interviste e recensioni, cura anche la newsletter K-pop Radar) e per la Rivista del Cinematografo.