Un euro per un pezzo di patrimonio industriale.

Le fabbriche della cultura: chi le compra, chi le gestisce e chi può permettersi di farle vivere.

Ad Amsterdam hanno scavato un intero piano sotto un gasometro pur di non stravolgere quello che c’era sopra. La Gashouder, una monumentale costruzione circolare di mattoni rossi e acciaio nel parco di Westergas, era già uno dei templi europei della musica elettronica. Un luogo magnifico, almeno fino al momento di organizzare un concerto: bar, guardaroba, servizi e spazi per gli artisti richiedevano strutture temporanee da montare e smontare. Una bella seccatura, soprattutto per chi doveva far quadrare i conti.


Con il restauro appena concluso, raccontato il 4 novembre da Wallpaper, buona parte di queste funzioni è finita sottoterra. Sopra è rimasta la sala monumentale, con la copertura metallica a raggiera; sotto, nuovi ambienti progettati da Inside Outside, lo studio fondato da Petra Blaisse, con pareti curve, superfici traslucide e spazi riconfigurabili. Buro van Stigt ha seguito il recupero tecnico e architettonico. La struttura, capace di accogliere circa 3.500 persone, può ora funzionare come uno spazio culturale permanente, ospitando concerti, danza, installazioni e performance.


È l’ultimo capitolo di una storia cominciata quando Amsterdam andava ancora a gas. La Westergasfabriek entrò in funzione nel 1885. Il grande gasometro venne costruito nei primi anni del Novecento e rimase in uso fino alla dismissione dell’impianto, chiuso nel 1967. Seguirono anni di depositi e spazi sottoutilizzati. Nel 1992, con l’uscita definitiva dell’azienda energetica, cominciò una nuova fase. Arrivarono artisti, festival, compagnie teatrali e operatori culturali. Nel 2003 il complesso era già diventato un parco culturale. Insomma, non è rimasto abbandonato fino all’altro ieri, in attesa di un architetto illuminato. La trasformazione è cominciata più di trent’anni fa.


Ma la parte meno fotogenica della storia riguarda i soldi. E la proprietà. Alla fine degli anni Novanta il Comune di Amsterdam affidò gli edifici storici a uno sviluppatore privato, MAB, attraverso un diritto di lunga durata chiamato erfpacht. Il corrispettivo iniziale fu simbolico: un euro, per un accordo della durata di cento anni. In cambio erano previsti obblighi di riqualificazione e investimenti stimati in circa 50 milioni di euro. Un euro per un pezzo di patrimonio industriale. Sembrerebbe un affare, fino a quando non si guarda la lista dei lavori da fare.

Westergasfabriek Westergasfabriek

Ma quei 50 milioni non raccontano tutta l’operazione. Il Comune e gli altri enti pubblici si fecero carico di interventi fondamentali, a cominciare dalla bonifica dei terreni contaminati dalla produzione del gas, costata circa 25 milioni di euro secondo la ricostruzione dell’allora responsabile del progetto Evert Verhagen. A questa si aggiunsero gli investimenti per realizzare il parco e gli strumenti finanziari destinati al recupero degli edifici. Il terreno rimaneva legato al sistema fondiario comunale, mentre il privato assumeva obblighi di investimento e gestione sugli immobili. Non una vendita in piena proprietà dell’intero complesso, dunque, ma un’operazione pubblico-privata costruita distribuendo costi e responsabilità.


Nel 2018 un gruppo di investitori, tra cui Duncan Stutterheim, imprenditore della musica elettronica, acquisì diritti e partecipazioni relativi a 17 edifici monumentali, comprendenti spazi culturali, uffici, ristoranti e strutture ricettive. La Gashouder nasce quindi dentro un sistema economico molto più ampio del singolo spazio per concerti. Oggi il gestore punta a sostenere la programmazione artistica attraverso biglietteria, eventi commerciali e affitti. Il modello è chiaro, anche se il costo dell’ultimo restauro e i risultati economici della nuova gestione non sono ancora documentati pubblicamente in modo completo.


C’è anche un rischio, naturalmente: quando gli spazi commerciali rendono più di quelli culturali, la tentazione di trasformare un distretto creativo in un grande centro di ristorazione e intrattenimento non è proprio remota. Lo stesso Verhagen aveva segnalato questa deriva già anni fa.

GASHOUDER GASHOUDER

A Milano, invece, la storia è diversa. BASE occupa una parte dell’ex Ansaldo di via Bergognone, un complesso industriale di proprietà comunale. Non ha acquistato gli edifici: li gestisce attraverso una concessione. Il progetto nacque dall’incontro di diverse organizzazioni culturali e imprenditoriali, che diedero vita a OXA, società con qualifica di impresa sociale. BASE aprì nel 2016, sviluppando progressivamente mostre, eventi, laboratori, coworking, residenze e attività commerciali.


Nel settembre 2026 il Comune di Milano ha riconosciuto l’interesse pubblico di BASE XL, una proposta di partenariato speciale pubblico-privato per recuperare altre due porzioni inutilizzate dell’ex Ansaldo. Il piano prevede circa 9 milioni di euro di investimenti sui nuovi edifici, senza partecipazione finanziaria diretta del Comune a quell’intervento, oltre a 2,5 milioni per migliorare quelli già gestiti. L’accordo proposto avrebbe una durata complessiva di trent’anni, dal 2026 al 2055. Gli spazi attualmente occupati da BASE sono invece regolati da una concessione vigente fino al marzo 2033.


La proposta è stata pubblicata per consentire ad altri soggetti di presentare alternative o integrazioni. Non ne sono arrivate. Il percorso amministrativo non equivale, però, a lavori già autorizzati e realizzati. Il caso BASE dimostra che non serve necessariamente comprare un edificio per investirci e gestirlo. Servono però competenze, garanzie e un piano economico credibile. E una certa pazienza, visto che le amministrazioni pubbliche non sono esattamente famose per muoversi alla velocità dei festival che vorrebbero ospitare.

BASE BASE

A Torino il problema è stato affrontato da una posizione di partenza decisamente diversa. Le Officine Grandi Riparazioni, costruite alla fine dell’Ottocento per la manutenzione dei treni, cessarono l’attività nei primi anni Novanta. Seguirono degrado, abbandono e perfino l’ipotesi di demolizione. Nel 2013 Fondazione CRT intervenne attraverso OGR-CRT, avviando un recupero da circa 100 milioni di euro. Ma anche qui parlare semplicemente di acquisto dell’intero complesso sarebbe riduttivo.


Gli atti comunali descrivono un’operazione nella quale la Città di Torino acquisì il sedime dell’ex area industriale, mentre a OGR-CRT fu attribuito un diritto di superficie di 99 anni per realizzare il recupero e la rifunzionalizzazione degli edifici. La fondazione ha dunque investito su un patrimonio con una struttura proprietaria più articolata di quanto possa sembrare. Le OGR riaprirono nel 2017. Oggi ospitano mostre, concerti, attività educative, ricerca, innovazione e programmi per startup.


Nel 2025 il valore della produzione ha raggiunto 15,3 milioni di euro, il 34% in più rispetto all’anno precedente. Il margine economico comunicato ha superato un milione di euro, mentre i visitatori sono cresciuti di oltre il 35%. Numeri importanti, anche se non dimostrano che la struttura sia indipendente dal sostegno strategico di Fondazione CRT. È un modello fondato sulla capacità d’investimento di una grande istituzione filantropica. Interessante, certamente. Ma difficilmente alla portata di una piccola associazione culturale che abbia trovato una fabbrica abbandonata in provincia.


E allora, che cosa può fare chi vorrebbe recuperare uno spazio pubblico inutilizzato? In Italia esistono diversi strumenti, dalle concessioni di valorizzazione ai partenariati pubblico-privati. Alcuni beni possono essere venduti; altri, per la loro natura o per i vincoli di tutela, devono rimanere pubblici. Per determinate categorie di immobili statali le concessioni di valorizzazione possono arrivare fino a cinquant’anni, mentre altri strumenti prevedono durate differenti. Non è quindi indispensabile comprare un edificio per poterlo recuperare. Il problema è tutto quello che viene dopo.


Bisogna verificare la proprietà, la destinazione urbanistica, i vincoli e le condizioni strutturali. Ottenere autorizzazioni edilizie, eventuali nulla osta della Soprintendenza, adeguare gli impianti, garantire accessibilità e sicurezza. Concerti, ristorazione e ospitalità aggiungono altri adempimenti. Le autorizzazioni servono, naturalmente. Nessuno vorrebbe partecipare a un concerto in una fabbrica recuperata scoprendo che la prevenzione incendi era stata considerata un optional creativo. Ma per una piccola organizzazione anticipare spese tecniche e amministrative senza avere la certezza di ottenere l’immobile può diventare un ostacolo insormontabile.

OGR OGR

È anche per questo che spesso nascono cordate e partnership. Un architetto sa recuperare l’edificio. Un operatore culturale costruisce il programma. Un investitore mette il capitale. Un soggetto specializzato nella gestione sa far funzionare la struttura ogni giorno. Non è obbligatorio che siano soggetti diversi, ma difficilmente una piccola realtà possiede tutte queste competenze e le risorse necessarie a sostenere gli imprevisti.


C’è poi il problema del tempo. Una concessione troppo breve rende difficile recuperare gli investimenti; una molto lunga impegna il patrimonio pubblico per decenni. Occorre stabilire chi paga la manutenzione, cosa succede se il gestore fallisce e come evitare che la programmazione culturale venga progressivamente sostituita da attività più remunerative. Perché un edificio restaurato può diventare un bellissimo contenitore di eventi aziendali. Non è necessariamente un male. Ma è diverso dal creare un’istituzione culturale.


Amsterdam, Milano e Torino mostrano quanto la selezione di chi può gestire questi luoghi cominci prima ancora di valutare un programma culturale. La durata dell’accordo, gli investimenti richiesti e le garanzie economiche determinano chi può presentarsi al tavolo. Se per partecipare occorre finanziare il recupero di un complesso industriale, molte organizzazioni vengono escluse in partenza, indipendentemente dalla qualità del loro lavoro. È una scelta che può avere ragioni concrete, ma che finisce per decidere anche chi avrà voce nella vita culturale della città.


La composizione delle partnership diventa allora decisiva. Chi mette il capitale, chi costruisce il programma e chi concede l’immobile possono avere priorità diverse. Un ristorante può contribuire a finanziare una mostra; può anche ottenere gli orari migliori, occupare gli spazi più richiesti e condizionare progressivamente le attività vicine. Per capire se l’equilibrio regge bisogna guardare a come vengono distribuiti ricavi, costi e potere decisionale, e a quanto margine rimane per iniziative che hanno valore culturale ma incassano poco.


Anche il contributo pubblico andrebbe letto per intero. Un terreno bonificato, un edificio concesso per decenni, un parco realizzato dal Comune sono condizioni economiche che rendono possibile l’attività del gestore, anche quando non compaiono nel suo bilancio come un finanziamento annuale. Riconoscerle permette di discutere con maggiore precisione ciò che la città può chiedere in cambio: spazi accessibili, continuità della programmazione, opportunità per chi non può sostenere un affitto di mercato.


Su un accordo di trenta, novantanove o cento anni, però, nessun programma iniziale può bastare. Cambiano i gestori, i pubblici, i quartieri e le attività capaci di produrre reddito. Servono momenti di verifica in cui l’amministrazione possa valutare se gli impegni culturali vengono rispettati, ma anche riconoscere quando le condizioni originarie sono diventate impraticabili. Altrimenti si rischia di lasciare tutto alla buona volontà di chi gestisce, oppure di difendere un contratto che non corrisponde più alla vita del luogo.


L’euro simbolico di Amsterdam è la cifra che si ricorda più facilmente. Molto meno visibili sono le scelte che stabiliscono chi potrà usare quegli spazi e a quali condizioni. Quando una piccola compagnia chiederà una sala per provare, quando un progetto non potrà permettersi l’affitto, quando un evento commerciale occuperà le date migliori, l’accordo mostrerà i suoi effetti. Il valore restituito alla città si misurerà anche nelle risposte a quelle richieste.

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FONTI ARTICOLO

1. Wallpaper — Reportage sul restauro del 4 novembre 2026

https://www.wallpaper.com/architecture/public-buildings/gashouder-inside-outside-amsterdam-netherlands


2. Westergasfabriek — Storia dell'operazione, accordo da un euro, investimenti e criticità

https://www.service-studievereniging.nl/magazine/artikel/casestudy-westergasfabriek-amsterdam/


3. Governo olandese — Studio sulla bonifica e sui finanziamenti pubblici

https://www.rwsleefomgeving.nl/publish/pages/91333/toekomstwaarde_nu_duurzaamheid_verzilveren_dgo_hres_juli2011.pdf



4. Comune di Milano — BASE XL, partenariato e investimenti

https://www.comune.milano.it/w/palazzo-marino.-ex-ansaldo-da-giunta-interesse-pubblico-alla-proposta-di-partenariato-speciale-pubblico-privato-base-xl-


5. Comune di Milano — Determinazione DD 224/2026

https://servizi.comune.milano.it/documents/20121/320976385/DD_224_2026%2B-%2BDetermina%2Bapprovazione%2BAvviso%2BPubblico.pdf/a77dea4e-4993-6304-ab2a-04d8406a83ea


6. Art Bonus — BASE Milano, concessione iniziale e recupero

https://artbonus.gov.it/spazio-ex-ansaldo-progetto-base-milano.html


7. OGR Torino — Storia e recupero del complesso

https://ogrtorino.it/ogr/project


8. Fondazione CRT — Bilancio OGR 2025

https://www.fondazionecrt.it/ogr-torino-approvato-il-bilancio-2025/


9. Comune di Torino — Deliberazione 2013, diritto di superficie

https://www.comune.torino.it/giunta_comune/intracom/htdocs/2013/2013_02020.pdf


10. Agenzia del Demanio — Concessioni e strumenti di valorizzazione

https://www.agenziademanio.it/it/crea-valore-investi-con-noi/domande-e-risposte/

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