Salih Basheer, The Return: intervista sul Sudan e sul significato di casa
Tra fotografie, disegni e testimonianze, Salih Basheer racconta il suo nuovo fotolibro The Return: un dialogo sulla guerra in Sudan, lo sradicamento e i legami che resistono all’esilio.
“Ogni volta che apro la mappa, cerco di capire se la nostra casa a Khartoum è stata danneggiata o se è ancora intatta. Purtroppo, la mappa non è aggiornata: mostra ancora com’era prima. Riesco persino a vedere le auto ancora parcheggiate nel cortile.” Nella testimonianza di Mujahid, una delle tante presenti nella pubblicazione, è evidente la frattura tra un luogo ricordato e un presente impossibile da verificare. È una frattura che attraversa The Return fino alle ultime pagine, dove il prezioso contributo dello scrittore Joshua Craze sottolinea come la rovina custodisca, prima di tutto, la possibilità di una ricostruzione. Quella di Salih Basheer è una storia personale e collettiva, segnata dalla distanza e dall’esperienza dell’esilio, temi che assumono un significato urgente nel contesto della guerra in Sudan, in corso da aprile 2023. Associate presso Magnum Photos, Salih nasce nel 1995 a Omdurman e raggiunge il riconoscimento internazionale nel 2023, grazie a 22 Days in Between, libro che segna un momento significativo per la fotografia sudanese contemporanea.
Oggi, il sovraconsumo di immagini sembra aver accentuato, al tempo stesso, una sensibilità alla sofferenza altrui e una forma di apatia passiva, limitata allo scorrimento delle immagini, sottraendosi al senso di responsabilità e all’azione concreta: la reazione alle immagini dipende anche da come si sceglie di rispondere a ciò che si vede e si conosce. In questo senso, la grave crisi umanitaria e le dinamiche neocoloniali, aggravate dallo scontro tra le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido, sembrano avere un ruolo ancora troppo marginale nell’attuale contesto geopolitico.
The Return si inserisce in questo scenario, tra fotografia, memoria ed effetti psicologici. Il lavoro si sofferma sulle tracce che il conflitto lascia nelle persone, sulle fratture provocate dallo sradicamento e sulla difficoltà di mantenere un legame con un luogo da cui si è lontani. In un formato materico compatto, la dimensione documentaria si intreccia perfettamente con quella intima: lo sguardo dei ritratti è sospeso tra il presente e il futuro incerto, il bianco e nero dei luoghi mostra una presenza assente, così i disegni dal tratto spontaneo, i collage alternano il colore rosso ricorrente, le parole e le testimonianze sono corollari di incubi notturni e di paure di una strada rimasta indietro tra radici profonde e coordinate rimosse. “Il ritorno” diventa un confronto con ciò che è cambiato, nel paesaggio e in chi lo attraversa, ed è da questa tensione tra geografia e identità che prende forma il dialogo con Basheer.
Il ritorno sembra essere tanto geografico quanto personale. Che cosa hai scoperto del Sudan e di te stesso tornando a confrontarti con il tuo Paese attraverso la fotografia?
Nel progetto The Return, la dimensione geografica e quella personale sono inseparabili; il territorio fisico, con la sua conformazione, il contesto politico, il clima e la realtà quotidiana, plasma profondamente il carattere di chi lo abita. Il progetto si è trasformato in un viaggio alla scoperta del complesso rapporto tra la terra e la presenza umana, e di come i conflitti politici e le guerre possano spezzare questo legame.
Quando, nell’aprile del 2023, il conflitto è esploso a Khartoum, confrontarmi con la realtà del Paese attraverso la fotografia è diventato un modo per documentare come questi eventi geopolitici trasformino direttamente l’esperienza umana. Tornare in Sudan e lavorare proprio nei luoghi attraversati dal conflitto non è stato un semplice esercizio di osservazione a distanza; è stato un tentativo di comprendere il legame personale che mi unisce a un paesaggio in via di distruzione. La geografia contribuisce a definire l’identità e confrontarmi con un territorio in continua trasformazione mi ha costretto a riflettere sulla profondità del legame tra i miei ricordi personali, il senso di me stesso e il territorio.
Nel tuo lavoro, la guerra emerge più attraverso ciò che lascia nelle persone che attraverso immagini dirette del conflitto. Perché hai scelto di concentrarti su questa dimensione più intima?
Non sono un fotografo di guerra, il mio interesse principale sono le persone e le loro esperienze di vita. Sebbene i conflitti abbiano dei confini temporali, un inizio e una fine ben definiti, le cicatrici e i traumi inflitti agli esseri umani si estendono ben oltre quelle date; il trauma persiste a lungo dopo la fine dei combattimenti e viene spesso tramandato di generazione in generazione.
L’impatto della guerra sulle persone non si limita alla violenza diretta del fronte; risiede piuttosto nelle conseguenze emotive e fisiche a lungo termine che esse portano dentro di sé. Dando priorità all’esperienza umana, dedicando tempo all’ascolto delle testimonianze individuali e documentando il peso duraturo dello sfollamento, e concentrandosi sulle conseguenze a lungo termine piuttosto che sugli eventi del conflitto in sé, questo lavoro mette in luce le trasformazioni interne permanenti che persistono anche dopo la fine della violenza fisica.
Fotografare persone che hanno vissuto il trauma dello sfollamento significa anche entrare in una dimensione di profonda vulnerabilità. Come stabilisci il confine tra il bisogno di raccontare una storia e il rispetto per chi la sta vivendo?
Vengo dal Sudan e ho vissuto in prima persona lo scoppio di questa guerra. Quando è iniziato il conflitto, mi trovavo nel Paese e ho intrapreso un percorso di sfollamento e sopravvivenza simile a quello seguito da molti altri sudanesi. Sebbene il viaggio di ciascuno fuori dal Paese abbia comportato percorsi ed esperienze diverse, condividiamo tutti una narrazione collettiva; è una storia profondamente personale, ma al tempo stesso pubblica.
Quando si lavora sulle storie personali all’interno della comunità, emerge naturalmente un senso di comprensione reciproca ed empatia. Le persone riconoscono che condividiamo lo stesso background, lo stesso contesto e la stessa realtà vissuta, creando così uno spazio di fiducia in cui si sentono più al sicuro. Alla base di tutto ciò c’è il rispetto per le storie degli altri, trattate con dignità, fondato sulla profonda comprensione che nasce dall’aver vissuto in prima persona l’esperienza dello sfollamento.
Questa attenzione all’esperienza individuale si riflette anche nelle scelte formali del libro, dove la fotografia dialoga con altri linguaggi visivi.
Nella pubblicazione alterni fotografie, disegni e collage, passando da immagini molto concrete ad altre più enigmatiche. Come hai costruito questo dialogo tra forme e linguaggi visivi diversi?
L’uso di linguaggi visivi diversi si è evoluto nel corso della mia pratica artistica. Data la natura profondamente personale del mio lavoro, affidarmi esclusivamente alla macchina fotografica a volte può sembrare limitante; ci sono stati d’animo interiori, ricordi e sfumature emotive che la macchina fotografica da sola non riesce a cogliere appieno.
Quando arrivo a questo limite, mi rivolgo ad altri mezzi espressivi, introducendo elementi come il collage analogico, il disegno, la pittura o la scrittura. Sebbene la fotografia rimanga il pilastro del mio lavoro, l’integrazione di questi interventi mi offre la libertà di esprimere quelle emozioni complesse e astratte.
Dopo The Return, che cosa significa per te oggi la parola “casa”?
Il concetto di “casa” è per me piuttosto complesso. Da quando ho lasciato il Sudan per la prima volta a diciotto anni per andare a studiare in Egitto, dove ho vissuto per quasi otto anni, ho trascorso gli anni successivi vivendo e viaggiando in vari paesi. Nel corso di questo percorso, ho intessuto relazioni, amicizie e un senso di appartenenza in molti luoghi diversi.
Benché il Sudan rimanga la mia casa principale, radicata nella mia identità, nella mia famiglia, nella mia lingua e nella mia cultura, le mie esperienze di vita in diverse realtà geografiche hanno trasformato personalmente il significato di questa parola. Casa non è più solo un luogo fisico; è diventata un senso interiore di appartenenza, non qui né là, ma ovunque allo stesso tempo.
Curatrice, progettista culturale e scrittrice, attiva principalmente tra l’Italia e Parigi. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra pratiche contemporanee, culture visive e processi collettivi, con un focus su temi sociali, storici, antropologici, decoloniali e sulle dinamiche che intercorrono tra corpi, spazi e comunità, intese come ambiti di attivazione critica. Ha studiato Lettere moderne presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha successivamente conseguito una laurea magistrale in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, con una tesi sul postcolonialismo in Brasile a partire dal Manifesto antropofago di Oswald de Andrade. Il suo percorso è stato arricchito da un periodo di scambio Erasmus presso l'Université Paris 8 Vincennes–SaintDenis e dalla partecipazione al corso Campo25 della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Ha collaborato con istituzioni quali l'Institut du Monde Arabe, il Centre Pompidou e Magnum Photos.