UN QUADRO RUBATO, UN MUSEO ITALIANO E UNA LEGGE CHE POTREBBE CAMBIARE TUTTO

L’Italia discute una nuova procedura per restituire le opere sottratte durante le persecuzioni naziste. La proposta arriva da Federico Mollicone, Fratelli d’Italia. E riguarda anche dipinti conservati nei nostri musei.

L’Italia discute una nuova procedura per restituire le opere sottratte durante le persecuzioni naziste. La proposta arriva da Federico Mollicone, Fratelli d’Italia. E riguarda anche dipinti conservati nei nostri musei.


Nel 2011 la Pinacoteca di Brera presta un quadro di Girolamo Romanino a un museo della Florida. È un Cristo portacroce del Cinquecento, di quelli che nei musei passano da una mostra all’altra accompagnati da assicurazioni, autorizzazioni e casse costruite su misura. Solo che questa volta qualcosa va storto. Le autorità americane sequestrano il dipinto. E a Milano non torna più.


Il quadro era appartenuto a Federico Gentili di Giuseppe, un collezionista italiano di origine ebraica che viveva a Parigi. Morì nel 1940. I suoi figli fuggirono dalla Francia occupata, lasciandosi dietro una collezione che il governo collaborazionista di Vichy fece liquidare l’anno successivo.


Settant’anni dopo, gli eredi stavano ancora cercando di recuperare ciò che era appartenuto alla famiglia. Avevano già ottenuto la restituzione di altre opere, cinque delle quali erano finite al Louvre. Ma il Romanino era in Italia, acquistato dallo Stato nel 1998.


Alla fine, a risolvere la vicenda furono gli americani. Nel 2012 il dipinto venne restituito agli eredi.


La storia sarebbe già abbastanza singolare così. Ma oggi torna ad avere un significato diverso.


Il 9 marzo 2026 Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Cultura della Camera, ha presentato una proposta di legge per disciplinare la restituzione delle opere d’arte sottratte, confiscate o vendute sotto costrizione durante le persecuzioni razziali, fra il 1933 e il 1945.


È una proposta della destra di governo che affronta una questione rimasta a lungo irrisolta nel rapporto dell’Italia con il proprio passato fascista. Il dato politico merita attenzione. Non tanto per attribuirgli un significato che ancora non conosciamo, quanto perché potrebbe finalmente produrre una procedura che nel nostro Paese manca.


L’Italia ha aderito nel 1998 ai Principi di Washington sulle opere confiscate dai nazisti. Eppure, a differenza di altri Paesi europei, non ha istituito un organismo generale dedicato a esaminare queste controversie.


Il progetto Mollicone, ancora all’esame della Camera, delegherebbe il Governo a introdurre una disciplina specifica. È previsto un comitato di cinque membri, con il compito di esaminare le richieste degli ex proprietari, dei loro discendenti e delle comunità ebraiche. Il punto più delicato riguarda i musei pubblici: se la provenienza illecita venisse accertata e fosse disposta la restituzione, un’opera potrebbe uscire dalle collezioni dello Stato e persino lasciare definitivamente il Paese.

Cristo portacroce, di Girolamo Romanino Cristo portacroce, di Girolamo Romanino

Per capire che cosa significhi, basta andare a Torino.


Nella camera della torre di Villa Cerruti, accanto al letto del collezionista Francesco Federico Cerruti, era appesa una Madonna di Jacopo del Sellaio, dipinta nel Quattrocento. Cerruti l’aveva acquistata nel 1987. Gli piaceva tanto da volerla vicino mentre dormiva.


Prima di lui, però, il quadro aveva avuto un’altra casa. A Vienna, nella collezione della famiglia ebrea Unger. La figlia più giovane, Grete, lo ricordava dalla propria infanzia. Poi arrivarono le persecuzioni, la fuga, il sequestro delle opere. La Madonna scomparve e per decenni la famiglia non riuscì a ritrovarla.


Quando i ricercatori del Castello di Rivoli ne ricostruirono la provenienza, la Fondazione Cerruti avviò un confronto con gli eredi. Nel 2020 si arrivò a un accordo economico. Il dipinto è rimasto nella collezione, ma oggi la sua storia viene raccontata ai visitatori.


Non tutte le vicende finiscono con un accordo.


Alla Galleria d’Arte Moderna di Milano si conserva Il signor Arnaud a cavallo di Édouard Manet. Un’opera appartenuta al pittore tedesco Max Liebermann, ebreo, morto nel 1935. Quell’anno la moglie vendette il dipinto. Erano già trascorsi due anni dall’arrivo di Hitler al potere.


Secondo Katharina Hüls-Valenti, studiosa della provenienza delle opere d’arte all’Università di Parma, la vendita avvenne sotto costrizione. Gli eredi hanno cercato di ottenere la restituzione. La GAM, attraverso la curatrice Paola Zatti, sostiene invece che non ci siano prove sufficienti per dimostrare che la moglie di Liebermann fosse stata obbligata a vendere.


Il museo ha accettato di esporre una didascalia che ricostruisce la provenienza del quadro e il contesto storico della sua vendita.


Può sembrare poco, una didascalia. Per ora è ciò su cui le parti hanno trovato un accordo.

Arnaud a cavallo, di Édouard Manet Arnaud a cavallo, di Édouard Manet

La questione è complicata anche per una ragione molto concreta: come si dimostra, novant’anni dopo, che una vendita non fu libera? Non sempre esiste un documento che lo dica. E vendere un quadro mentre si è perseguitati non è necessariamente la stessa cosa che venderlo in condizioni normali.


Una commissione non risolverebbe magicamente questi problemi. Servirebbero archivi accessibili, ricercatori, risorse, tempo. E decisioni che potrebbero scontentare musei, collezionisti e amministrazioni.


In Italia siamo abituati a leggere notizie di capolavori recuperati all’estero dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Li accogliamo come vittorie, spesso giustamente. Meno familiare è l’idea che, qualche volta, il Paese chiamato a restituire un’opera possa essere il nostro.


Il Romanino di Brera ci ha messo davanti a questa possibilità già quindici anni fa.


Oggi il Manet è ancora alla GAM di Milano. La proposta Mollicone è ancora in Parlamento. E negli archivi dei musei italiani ci sono provenienze che aspettano di essere studiate.


Non sappiamo quanti quadri potrebbero essere coinvolti. È una delle prime cose che bisognerebbe riuscire a capire.

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